Esiste un Cattolicesimo Liberale?
Molti si pongono la domanda se le teorie e la prassi del liberalismo siano compatibili con espressioni di religiosità come l’adesione alla fede Cristiana Cattolica.
Il liberalismo, in realtà, può considerarsi neutro e aperto a tutti i contributi che possono venire dalle culture più disparate. Il liberalismo non è una religione, né una filosofia totalizzante. Il liberalismo può essere definito “una teoria e una prassi per il controllo e la riduzione del potere, che muove dalla constatazione che gli individui, pur avendo gli stessi diritti, sono naturalmente diversi perché dotati di una conoscenza limitata e fallibile. L’uguaglianza di fronte alla legge (Rule of law) può essere vista come un tentativo di superare la disuguaglianza naturale”. (Atlante del Liberalismo di Raimondo Cubeddu)
Tornando al Cattolicesimo Liberale, questa è una importante tradizione che ha cercato di conciliare liberalismo e cattolicesimo, tra i cui esponenti si possono ricordare Lord Acton, W. Ropke, Luigi Einaudi, Don Luigi Sturzo, V. Mathieu, M. Novak, D. Antiseri.
Basterebbe citare il nome di Luigi Einaudi - economista, politico, governatore della Banca d’Italia, Presidente della Repubblica Italiana, uno dei più importanti pensatori liberali italiani - per rendere palese che liberalismo e cattolicesimo possono essere complementari.
Vorrei però focalizzare l’attenzione su Don Sturzo che condusse la sua azione politica vestendo l’abito talare.
“(tratto da Wikipedia) Tutta l'attività politica di Sturzo è fondata su una questione centrale: dare voce in politica ai cattolici. Sturzo si impegna per dare un'alternativa cattolica e sociale al movimento socialista.
Per Sturzo i cattolici si devono impegnare in politica, tuttavia tra politica e Chiesa deve esserci assoluta autonomia. La politica, essendo complessa, può essere mossa da princìpi cristiani, ma non si deve tornare alla vecchia rigidità e all'eccessivo schematismo del passato. Il Cristianesimo è, insomma, la principale fonte di ispirazione, ma non l'unica.
La società deve saper riconoscere le aspirazioni di ogni singolo individuo: “la base del fatto sociale è da ricercarsi nell'individuo” e l'individuo viene prima della società; la società è socialità: si fonda, cioè, su libere e coscienti attività relazionali.
Sturzo è contrario ad una società immobile ed il movimento è dato dalle relazioni interindividuali tra le persone; la società non deve essere un limite alla libertà dell'individuo. Non può essere, tuttavia, definito iperindividualista. All'interno di questo schema sociale multiforme la religione non può essere strumento di governo. Il cristianesimo ha dato qualcosa ad ogni corrente politica, quindi nessuno può dire di possedere il monopolio della verità religiosa.
L'individuo deve scegliere da sé se seguire la propria coscienza di buon cittadino o di credente; non è la Chiesa che deve indirizzarlo nell'atto della scelta, la quale attiene strettamente alla sfera individuale del singolo.
Il PPI nasce perciò come aconfessionale: la religione può influenzare, ma non imporre. In questo modo si palesa una concezione liberale del partito.
In economia Sturzo non è un liberale classico, ma da un lato denuncia il capitalismo di Stato che ritiene dilapidatore di risorse, e dall'altro rimane convinto della possibilità di interventi dello Stato in economia, anche se per un tempo breve e finalizzato ad un risultato. Il suo faro è la centralità della persona, non delle masse; è un fautore dello stato minimo e censura già all'epoca l'eccessivo partitismo. Si dichiara, inoltre, ostile a una concezione statale panteistica.
In questo modo fonda il Popolarismo, dottrina politica autonoma e originale, che non è altro che la messa in pratica della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, arricchita dal suo pensiero e lavorio, spesso profetica e -pur essendo prettamente pragmatica- profondamente intessuta eticamente.”
L'importanza di questo approccio di Don Sturzo è tanto più evidente oggi che è chiaro cosa può provocare un approccio diverso, quello teocratico. Un giorno, parlando molto intensamente con un mio amico, fervente ed impegnato cattolico, sostenevo che unire troppo la sfera religiosa e quella politica poteva portare a risultati negativi sia per la libertà che per la democrazia. Lui mi rispose che secondo il suo avviso le due sfere non potevano essere separate perchè la religiosità porta valori universali che non possono non permeare le leggi dello Stato. Gli dissi che il regime degli Ayatollah la pensava esattamente allo stesso modo, ma che l'IRAN non era per questo il paradiso in terra. Il mio amico ne fu molto colpito e iniziò a pensare come poter conciliare le due sfere... proprio come Sturzo. (di Claudio Ferretti)
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mercoledì 6 gennaio 2010
sabato 2 gennaio 2010
LECTIO MAGISTRALIS “PREMIO ISAIAH BERLIN” di Piero Ostellino
C’è una costante che percorre tutto il pensiero di Isaiah Berlin. La ricerca delle radici del totalitarismo. Si sviluppa lungo tre direttrici. La prima riguarda la distorsione del concetto di libertà; dalla libertà liberale, libertà “negativa”, libertà “da” – come assenza di costrizione – alla libertà democratica, libertà “positiva”, libertà “di”, come auto-realizzazione. La seconda riguarda il contrasto fra l’Illuminismo razionalista francese e l’irrazionalismo contro-illuminista del Romanticismo tedesco - fra il primato della Ragione e quello della Volontà – entrambi forieri di totalitarismi. La terza direttrice riguarda la differenza fra “monismo” – la concezione che alle questioni etiche e politiche ci sia una risposta riconducibile a un solo sistema di valori - e “pluralismo di valori”, la concezione opposta che ci siano risposte plurime, ancorché conflittuali, ugualmente legittime.
Berlin è un empirista. Ciò che distingue il liberalismo dalle altre dottrine politiche è la metodologia della conoscenza. Quella liberale è empirica; quella delle altre dottrine è filosofica. La metodologia empirica della conoscenza si pone la domanda “come”: come stanno le cose. Quella filosofica si pone la domanda “perché”: perché delle cose. La risposta alla domanda “come” è verificabile nella realtà perchè è un giudizio di fatto. La risposta alla domanda “perché” non è verificabile nella realtà in quanto è un giudizio di valore. Un esempio di metodologia empirica della conoscenza è la frase di Adam Smith nella “Ricchezza delle nazioni” che non è dalla benevolenza del fornaio, del macellaio e del birraio che traiamo il nostro desinare, ma dal loro tornaconto. La proposizione è descrittiva: dice “come” sono gli uomini. Non prescrive nulla. La rappresentazione del comportamento dei tre è passibile di verifica se vera o falsa. Per constatare che è vera è sufficiente verificare che né il fornaio, né il macellaio, né il birraio regalano la propria produzione perché dalla vendita traggono giovamento come ne trae chi la acquista. Si perviene, così, alla definizione del mercato come quella forma di giustizia “commutativa” attraverso la quale ci si scambiano beni con vantaggio di entrambi i contraenti. Chiedere al mercato di realizzare la giustizia “retributiva” – di ubbidire a un principio etico: la giustizia sociale, l’eguaglianza e simili – e imporgli dall’esterno di farlo, è un non senso logico e una violenza politica.
E’ un nonsenso logico, perché ne snatura la vera funzione, che non è quella di produrre valori; è violenza politica, perché viola una delle libertà liberali, quella economica.
Il teorico della metodologia filosofica della conoscenza attribuisce, invece, il comportamento del fornaio, del macellaio e del birraio all’“egoismo” individualista e auspica un mondo eticamente fondato sull’”altruismo” universale. Il suo, però, è un “salto” logico - dall’essere al dover essere – inspiegabile se non col passaggio dall’individualismo liberale al totalitarismo collettivista: l’imposizione, in sede politica e in nome della “volontà
generale”, di comportamenti morali estranei al contesto economico nel quale si manifestano. Il cerchio qui si chiude con la trasformazione di una proposizione descrittiva (l’egoismo, come categoria dello spirito) in una prescrittiva (l’altruismo, come categoria normativa).
E’ qui che il liberalismo ha storicamente incrociato lo Scientismo come “metodo” di analisi delle Scienze naturali applicato alle Scienze sociali; ma se ne è anche discostato subito dopo. Quando l’Illuminismo ha coniugato lo Scientismo – che, per sua stessa natura, espone a costante verifica empirica le proprie affermazioni – col Razionalismo, con la pretesa della pura Ragione che i comportamenti umani ubbidiscano alle stesse leggi delle Scienze naturali, siano la conseguenza logica del “nesso causale” cui ubbidiscono la fisica e la meccanica, e, perciò, ugualmente prevedibili e sempre governabili. Il liberalismo ha compreso che sono le passioni che informano, e muovono, la Ragione, non viceversa; che i valori non si fondano né sulla Ragione, né sulla Scienza, ma sono scelte della coscienza individuale; che non può esserci una (sola) base razionale a tutte le convinzioni etiche e persino politiche né, tanto meno, una “razionalità collettiva”. Il liberalismo è, perciò, individualismo, spontaneismo; non indulge a astrazioni ideologiche collettive come “popolo”, “classe”, “razza” e simili. Le quali sono la giustificazione “etica” della negazione delle libertà individuali, in nome dell’affermazione di altre astrazioni ideologiche collettive, quali “l’utilità sociale”, “il progresso civile” e simili, politicamente mortificatrici, a loro volta, delle libertà soggettive.
Isaiah Berlin denuncia, a questo punto, le implicazioni politiche illiberali della libertà positiva che sacrifichi la realizzazione di sé associata alle passioni (la “falsa” identità dell’Individuo, o della collettività) a quella definita dalla Ragione (l’”autentica” identità dell’Individuo, o della collettività). Ma la libertà consiste nel fare ciò che si vuole, cioè anche nella possibilità di sbagliare, quale che sia l’interpretazione, autentica o falsa, della realizzazione di sé che se ne dia. C’è il rischio, inoltre, che qualcuno – l’autocrate, la classe sociale, la nazione e simili – pretenda di sapere quale è la realizzazione “autentica” di sé e la imponga coercitivamente.
E’, in senso lato, lo Stato etico. Ma è anche la logica che, nelle democrazie contemporanee, giustifica l’eccesso di spesa pubblica e la confisca – in nome dell’idea “autentica” di socialità – di ingenti risorse che i cittadini utilizzerebbero meglio, non solo per sé, anche nella produzione privata di beni e servizi collettivi oggi prodotti dallo Stato con grande spreco. La superiorità della libertà negativa, liberale, è che la libertà “da” è “la” libertà, indipendentemente da quale possa essere l’idea che ne hanno gli altri; sia che la associno all’agire moralmente, sia che la associno all’adeguarsi alla corrente della storia o quant’altro.
Un’altra implicazione, politicamente e socialmente negativa della libertà positiva – che Berlin non aveva previsto, ma che è sotto i nostri occhi - è la trasformazione, da parte della classe politica, di desideri personali in diritti universali, senza mediazione della Ragione. Le contro-indicazioni, qui, sono tre. La prima è l’impropria identificazione dei desideri con diritti, che provoca una anomala “inflazione” di questi ultimi. La seconda è la “bulimia democraticista” di chi rivendica un numero sempre maggiore di diritti, sovraccaricando la politica di domande e di aspettative, e riducendosi alla condizione di mendicità psicologica e di dipendenza politica dal potere cui si chiede di soddisfarli. La terza contro-indicazione – anche questa non teorizzata da Berlin, ma che sta diventando la “malattia senile” delle democrazie e le sta portando all’auto-distruzione per via fiscale - è che ad ogni diritto di qualcuno corrisponde un dovere di qualcun altro, che si concreta in una “violenza” esercitata dalla politica nei confronti di quest’ultimo. La fiscalità – come strumento di redistribuzione della ricchezza, non come contropartita di beni e servizi che lo Stato fornisce - è un forma di distorsione, di matrice moralistica e collettivistica, del rapporto fra l’Individuo e lo Stato.
Il “pluralismo di valori” – la compresenza, in una “società aperta”, di una pluralità di risposte, moralmente incommensurabili, fra loro conflittuali e politicamente non negoziabili, alle questioni etiche e politiche – assolve, infine, nel pensiero di Berlin, due funzioni. La prima è descrittiva della realtà “effettuale; che è sempre perfettibile, mai passibile di approdare alla perfezione. La seconda è esemplificativa del carattere realista, pluralista, umanista, gradualista, concretamente riformista del liberalismo.
La convinzione che la perfezione morale e politica sia realizzabile produce due conseguenze. A) nega validità al riformismo, cadendo, filosoficamente, nell’utopia e, politicamente, nel massimalismo; che finiscono col trasformarsi in conservatorismo, se non in reazione, in nome, e nell’attesa, di un obiettivo, via-via sempre più remoto, grandioso e mai empiricamente raggiungibile. E’ la parabola del bicchiere mezzo pieno – il riconoscimento (riformista, gradualista) che la globalizzazione ha sottratto dalla condizione di povertà milioni di cinesi, indiani, sudafricani, sudamericani – e del bicchiere mezzo vuoto, la condanna (massimalista, reazionaria) della globalizzazione perché non ha tolto
dalla povertà altri milioni di uomini. B) apre la strada al totalitarismo, nella convinzione che qualsiasi mezzo sia giustificabile per raggiungerla.
Berlin è un empirista. Ciò che distingue il liberalismo dalle altre dottrine politiche è la metodologia della conoscenza. Quella liberale è empirica; quella delle altre dottrine è filosofica. La metodologia empirica della conoscenza si pone la domanda “come”: come stanno le cose. Quella filosofica si pone la domanda “perché”: perché delle cose. La risposta alla domanda “come” è verificabile nella realtà perchè è un giudizio di fatto. La risposta alla domanda “perché” non è verificabile nella realtà in quanto è un giudizio di valore. Un esempio di metodologia empirica della conoscenza è la frase di Adam Smith nella “Ricchezza delle nazioni” che non è dalla benevolenza del fornaio, del macellaio e del birraio che traiamo il nostro desinare, ma dal loro tornaconto. La proposizione è descrittiva: dice “come” sono gli uomini. Non prescrive nulla. La rappresentazione del comportamento dei tre è passibile di verifica se vera o falsa. Per constatare che è vera è sufficiente verificare che né il fornaio, né il macellaio, né il birraio regalano la propria produzione perché dalla vendita traggono giovamento come ne trae chi la acquista. Si perviene, così, alla definizione del mercato come quella forma di giustizia “commutativa” attraverso la quale ci si scambiano beni con vantaggio di entrambi i contraenti. Chiedere al mercato di realizzare la giustizia “retributiva” – di ubbidire a un principio etico: la giustizia sociale, l’eguaglianza e simili – e imporgli dall’esterno di farlo, è un non senso logico e una violenza politica.
E’ un nonsenso logico, perché ne snatura la vera funzione, che non è quella di produrre valori; è violenza politica, perché viola una delle libertà liberali, quella economica.
Il teorico della metodologia filosofica della conoscenza attribuisce, invece, il comportamento del fornaio, del macellaio e del birraio all’“egoismo” individualista e auspica un mondo eticamente fondato sull’”altruismo” universale. Il suo, però, è un “salto” logico - dall’essere al dover essere – inspiegabile se non col passaggio dall’individualismo liberale al totalitarismo collettivista: l’imposizione, in sede politica e in nome della “volontà
generale”, di comportamenti morali estranei al contesto economico nel quale si manifestano. Il cerchio qui si chiude con la trasformazione di una proposizione descrittiva (l’egoismo, come categoria dello spirito) in una prescrittiva (l’altruismo, come categoria normativa).
E’ qui che il liberalismo ha storicamente incrociato lo Scientismo come “metodo” di analisi delle Scienze naturali applicato alle Scienze sociali; ma se ne è anche discostato subito dopo. Quando l’Illuminismo ha coniugato lo Scientismo – che, per sua stessa natura, espone a costante verifica empirica le proprie affermazioni – col Razionalismo, con la pretesa della pura Ragione che i comportamenti umani ubbidiscano alle stesse leggi delle Scienze naturali, siano la conseguenza logica del “nesso causale” cui ubbidiscono la fisica e la meccanica, e, perciò, ugualmente prevedibili e sempre governabili. Il liberalismo ha compreso che sono le passioni che informano, e muovono, la Ragione, non viceversa; che i valori non si fondano né sulla Ragione, né sulla Scienza, ma sono scelte della coscienza individuale; che non può esserci una (sola) base razionale a tutte le convinzioni etiche e persino politiche né, tanto meno, una “razionalità collettiva”. Il liberalismo è, perciò, individualismo, spontaneismo; non indulge a astrazioni ideologiche collettive come “popolo”, “classe”, “razza” e simili. Le quali sono la giustificazione “etica” della negazione delle libertà individuali, in nome dell’affermazione di altre astrazioni ideologiche collettive, quali “l’utilità sociale”, “il progresso civile” e simili, politicamente mortificatrici, a loro volta, delle libertà soggettive.
Isaiah Berlin denuncia, a questo punto, le implicazioni politiche illiberali della libertà positiva che sacrifichi la realizzazione di sé associata alle passioni (la “falsa” identità dell’Individuo, o della collettività) a quella definita dalla Ragione (l’”autentica” identità dell’Individuo, o della collettività). Ma la libertà consiste nel fare ciò che si vuole, cioè anche nella possibilità di sbagliare, quale che sia l’interpretazione, autentica o falsa, della realizzazione di sé che se ne dia. C’è il rischio, inoltre, che qualcuno – l’autocrate, la classe sociale, la nazione e simili – pretenda di sapere quale è la realizzazione “autentica” di sé e la imponga coercitivamente.
E’, in senso lato, lo Stato etico. Ma è anche la logica che, nelle democrazie contemporanee, giustifica l’eccesso di spesa pubblica e la confisca – in nome dell’idea “autentica” di socialità – di ingenti risorse che i cittadini utilizzerebbero meglio, non solo per sé, anche nella produzione privata di beni e servizi collettivi oggi prodotti dallo Stato con grande spreco. La superiorità della libertà negativa, liberale, è che la libertà “da” è “la” libertà, indipendentemente da quale possa essere l’idea che ne hanno gli altri; sia che la associno all’agire moralmente, sia che la associno all’adeguarsi alla corrente della storia o quant’altro.
Un’altra implicazione, politicamente e socialmente negativa della libertà positiva – che Berlin non aveva previsto, ma che è sotto i nostri occhi - è la trasformazione, da parte della classe politica, di desideri personali in diritti universali, senza mediazione della Ragione. Le contro-indicazioni, qui, sono tre. La prima è l’impropria identificazione dei desideri con diritti, che provoca una anomala “inflazione” di questi ultimi. La seconda è la “bulimia democraticista” di chi rivendica un numero sempre maggiore di diritti, sovraccaricando la politica di domande e di aspettative, e riducendosi alla condizione di mendicità psicologica e di dipendenza politica dal potere cui si chiede di soddisfarli. La terza contro-indicazione – anche questa non teorizzata da Berlin, ma che sta diventando la “malattia senile” delle democrazie e le sta portando all’auto-distruzione per via fiscale - è che ad ogni diritto di qualcuno corrisponde un dovere di qualcun altro, che si concreta in una “violenza” esercitata dalla politica nei confronti di quest’ultimo. La fiscalità – come strumento di redistribuzione della ricchezza, non come contropartita di beni e servizi che lo Stato fornisce - è un forma di distorsione, di matrice moralistica e collettivistica, del rapporto fra l’Individuo e lo Stato.
Il “pluralismo di valori” – la compresenza, in una “società aperta”, di una pluralità di risposte, moralmente incommensurabili, fra loro conflittuali e politicamente non negoziabili, alle questioni etiche e politiche – assolve, infine, nel pensiero di Berlin, due funzioni. La prima è descrittiva della realtà “effettuale; che è sempre perfettibile, mai passibile di approdare alla perfezione. La seconda è esemplificativa del carattere realista, pluralista, umanista, gradualista, concretamente riformista del liberalismo.
La convinzione che la perfezione morale e politica sia realizzabile produce due conseguenze. A) nega validità al riformismo, cadendo, filosoficamente, nell’utopia e, politicamente, nel massimalismo; che finiscono col trasformarsi in conservatorismo, se non in reazione, in nome, e nell’attesa, di un obiettivo, via-via sempre più remoto, grandioso e mai empiricamente raggiungibile. E’ la parabola del bicchiere mezzo pieno – il riconoscimento (riformista, gradualista) che la globalizzazione ha sottratto dalla condizione di povertà milioni di cinesi, indiani, sudafricani, sudamericani – e del bicchiere mezzo vuoto, la condanna (massimalista, reazionaria) della globalizzazione perché non ha tolto
dalla povertà altri milioni di uomini. B) apre la strada al totalitarismo, nella convinzione che qualsiasi mezzo sia giustificabile per raggiungerla.
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Piero Ostellino
venerdì 4 dicembre 2009
Introduzione alla Relazione di Piero Ostellino
Con la lettura del libro di Ostellino, Lo Stato Canaglia, sono tornato alla mia formazione e alle mie letture sin dai tempi dell’università, quando ho tolto molta polvere da diversi libri di Ernesto Rossi presenti nella biblioteca della nostra facoltà di Economia. Questi testi avevano dei titoli singolari: Il Malgoverno, Settimo Non Rubare, I nostri Quattrini, Borse e Borsaioli che mi hanno invogliato a leggere le Prediche Inutili di Einaudi ed altri ancora.
In effetti in Italia esiste un’ampia letteratura ed un filone culturale di analisi delle distorsioni di quello che chiamiamo Stato con tutte le sue ramificazioni e delle relazioni di questo con Economia, attraverso le corporazioni, e con la benedizione delle istituzioni religiose (che per dirla con Don Romolo Murri, non sono stato il blocco di formazione di una forte coscienza civile e di cittadinanza). Questo lavoro di analisi, denuncia e proposta, però, non ha prodotto quasi nulla di positivo, anzi, si è arrivati ad una progressiva degenerazione, nonostante che alcune posizioni siano state fatte proprio anche da accademici che hanno ricoperto o ricoprono ruoli di governo vedi i contributi forniti da “Lo Stato Padrone” di Martino e “Lo Stato Criminogeno” di Tremonti (che poi arrivato al potere si sta comportando come quel curato che predica bene e razzola male a dimostrazione che le categorie delle idee a nulla servono se non si è disposti a servirle con l’azione).
I principi molto pragmatici del liberalismo, quale che sia la voce che li propone, scivolano come l’acqua su questo paese impermeabile a tutto e si arriva ad una situazione fotografata molto bene con “la Casta” e “la Deriva” di Giannantonio Stella e Sergio Rizzo (Corrieristi anche loro come Ostellino).
C’è una questione culturale italiana che porta ad uno scarsissimo senso civico e si riverbera nella classe politica che è espressione del paese.
Qualcuno fa risalire le origini del declino culturale italiano, inteso come mancanza di senso civico, prima ancora che assenza dell’approccio liberale, alla controriforma. Altri vedono il problema storico nell’unità nazionale etero diretta e poco sentita, chi invece nel regime fascista e poi nel regime partitocratico e la cultura cattolica e comunista che ne è stato alla base. L’immediato dopoguerra è stato caratterizzato dalla sconfitta, di chi voleva una discontinuità, del Partito d’Azione, in prima linea, ma anche dei cattolici liberali come Don Luigi Sturzo e la possibilità iniziare un nuovo corso dove, in sistema paese libero, si potessero creare i presupposti per un più forte senso civico e di responsabilità individuale.
La nascita della Repubblica è stata caratterizzata da una continuità con il ventennio fascista, si è rinunciato a dare ai mercati regole liberali, e si è deciso di operare attraverso grandi enti pubblici, inoltre non è stata riformata la pubblica amministrazione. Questo ha creato il consolidarsi di vecchi grumi di interessi e di assistenzialismo e se ne sono creati di nuovi. In un modello, per dirla alla Bastiat, tutti vogliono vivere alle spalle di tutti.
Il motto araldico della nostra Repubblica, come diceva Ernesto Rossi dovrebbe essere “acca nisciuno è fesso”…. Anche qui mi torna in mente una storiella dello stesso Rossi: cinque operai arabi facchini presso un cantiere navale all’inizio del secolo scorso, che portavano una barra di acciaio sulle spalle, l’ultimo si abbassava un poco per far portare il peso agli altri. Ciascuno di loro faceva lo stesso, ma cosi facendo dopo pochi metri tutti erano carponi e faticavano molto di più che se fossero stati uniti del dividersi onestamente il lavoro.
Ecco questo è il comportamento di noi Italiani che porta poi ad avere uno Stato Canaglia. (di Claudio Ferretti)
In effetti in Italia esiste un’ampia letteratura ed un filone culturale di analisi delle distorsioni di quello che chiamiamo Stato con tutte le sue ramificazioni e delle relazioni di questo con Economia, attraverso le corporazioni, e con la benedizione delle istituzioni religiose (che per dirla con Don Romolo Murri, non sono stato il blocco di formazione di una forte coscienza civile e di cittadinanza). Questo lavoro di analisi, denuncia e proposta, però, non ha prodotto quasi nulla di positivo, anzi, si è arrivati ad una progressiva degenerazione, nonostante che alcune posizioni siano state fatte proprio anche da accademici che hanno ricoperto o ricoprono ruoli di governo vedi i contributi forniti da “Lo Stato Padrone” di Martino e “Lo Stato Criminogeno” di Tremonti (che poi arrivato al potere si sta comportando come quel curato che predica bene e razzola male a dimostrazione che le categorie delle idee a nulla servono se non si è disposti a servirle con l’azione).
I principi molto pragmatici del liberalismo, quale che sia la voce che li propone, scivolano come l’acqua su questo paese impermeabile a tutto e si arriva ad una situazione fotografata molto bene con “la Casta” e “la Deriva” di Giannantonio Stella e Sergio Rizzo (Corrieristi anche loro come Ostellino).
C’è una questione culturale italiana che porta ad uno scarsissimo senso civico e si riverbera nella classe politica che è espressione del paese.
Qualcuno fa risalire le origini del declino culturale italiano, inteso come mancanza di senso civico, prima ancora che assenza dell’approccio liberale, alla controriforma. Altri vedono il problema storico nell’unità nazionale etero diretta e poco sentita, chi invece nel regime fascista e poi nel regime partitocratico e la cultura cattolica e comunista che ne è stato alla base. L’immediato dopoguerra è stato caratterizzato dalla sconfitta, di chi voleva una discontinuità, del Partito d’Azione, in prima linea, ma anche dei cattolici liberali come Don Luigi Sturzo e la possibilità iniziare un nuovo corso dove, in sistema paese libero, si potessero creare i presupposti per un più forte senso civico e di responsabilità individuale.
La nascita della Repubblica è stata caratterizzata da una continuità con il ventennio fascista, si è rinunciato a dare ai mercati regole liberali, e si è deciso di operare attraverso grandi enti pubblici, inoltre non è stata riformata la pubblica amministrazione. Questo ha creato il consolidarsi di vecchi grumi di interessi e di assistenzialismo e se ne sono creati di nuovi. In un modello, per dirla alla Bastiat, tutti vogliono vivere alle spalle di tutti.
Il motto araldico della nostra Repubblica, come diceva Ernesto Rossi dovrebbe essere “acca nisciuno è fesso”…. Anche qui mi torna in mente una storiella dello stesso Rossi: cinque operai arabi facchini presso un cantiere navale all’inizio del secolo scorso, che portavano una barra di acciaio sulle spalle, l’ultimo si abbassava un poco per far portare il peso agli altri. Ciascuno di loro faceva lo stesso, ma cosi facendo dopo pochi metri tutti erano carponi e faticavano molto di più che se fossero stati uniti del dividersi onestamente il lavoro.
Ecco questo è il comportamento di noi Italiani che porta poi ad avere uno Stato Canaglia. (di Claudio Ferretti)
Da sinistra: Gianni Padalino, Piero Ostellino, Carlo Mancini, Claudio Ferretti
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