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sabato 20 giugno 2009

IL MERCATO POLITICO E I PROBLEMI DELLA DEMOCRAZIA, i quali risiedono nella teoria dei giochi. di David Friedman

"L'ordine nascosto: l'economia della vita di tutti i giorni", di David Friedman.Questo capitolo è dedicato al mercato politico e ai problemi della democrazia, i quali risiedono nella teoria dei giochi. Non perdete la parte finale, "il mercato della legge", in cui si spiega perché la democrazia può produrre leggi che danneggiano la società ma favoriscono gruppi di interesse concentrato.Prima di proseguire è bene definire cosa è un "bene pubblico". Friedman lo definisce così nel capitolo precedente:
Una forma di fallimento del mercato è il "problema dei beni pubblici": come pagare per produrre un bene quando il produttore non può controllare chi lo utilizza. Un esempio è una trasmissione radiofonica. Chiunque abbia un ricevitore può ascoltarla, con o senza il permesso dell'emittente, quindi come può l'emittente riuscire ad avere un compenso per produrre la trasmissione?
Friedman spiega che il mercato privato tende a produrre beni pubblici in maniera "insufficiente" (cioè, alcuni beni pubblici che varrebbero più di ciò che costano non vengono prodotti). Veniamo ora al capitolo 19.19. Leggi e salsicce
" Le leggi sono come le salsicce. È meglio non vederle quando vengono prodotte"
(attribuito a Bismarck)
Il governo non esiste. Non esiste alcun vecchio signore saggio e benevolo che ci osserva dall'alto. Ciò che chiamiamo "azione governativa" non è l'atto di una persona ma il risultato di un mercato politico. In questo mercato come in altri, individui razionali agiscono per perseguire i propri fini -- sotto un sistema di regole piuttosto diverso da quello che governa il mercato privato. Questo capitolo è un'esplorazione del mercato politico.Comincio con una questione, i dazi, che da molto tempo fa sospettare che lo Stato non sia un attore neutrale che serve l'interesse pubblico. Da più di 150 anni, il punto di vista dominante tra gli economisti è che la maggior parte dei dazi danneggia il paese che li impone tanto quanto il paese contro cui vengono imposti; e che la maggior parte dei paesi, per la maggior parte del tempo, farebbero bene ad abolire tutti i dazi e ad abbracciare completamente il libero scambio -- non importa se gli altri paesi ricambiano questa politica. Eppure, per tutto questo secolo e mezzo, la maggior parte del mondo, con la notevole eccezione dell'Inghilterra nel diciannovesimo secolo e Hong Kong nel ventesimo, ha mantenuto i dazi. Quando la riduzione dei dazi è avvenuta, è stato grazie alla negoziazione: noi ridurremo i nostri dazi se voi ridurrete i vostri. Dal punto di vista dell'economista, questo equivale a dire che io smetterò di darmi martellate sulla testa se anche tu smetterai di martellare la tua.Il primo passo è capire perché l'economista crede che i dazi siano una cattiva idea. Il secondo è spiegare perché è tuttavia nell'interesse di legislatori razionali imporre dazi.[Salto per adesso la prima parte dell'argomento, che Friedman presenta sia in modo matematico che a parole. NdM.]...L'economia della politicaLa versione della democrazia che impariamo a scuola è molto semplice. I politici vogliono voti. I votanti vogliono che il governo faccia cose belle. Quindi i politici, per poter essere eletti e rieletti, devono governare nell'interesse generale. La logica è questa, e tutto il resto (cioè la maggior parte di ciò che il governo fa in realtà) è un errore sperimentale.Un motivo per cui questa teoria è sbagliata è che, mentre assume correttamente che i politici siano razionali, assume erroneamente che i votanti non lo siano. Capire quali politiche siano davvero nell'interesse generale, e quindi quali politici è meglio votare, ha un costo. Sono pochi i politici il cui lo slogan dice "io sono il cattivo". Un individuo razionale, che sia un votante o un consumatore, acquisisce informazione solo se il beneficio di acquisire l'informazione vale il costo di acquisirla. Se l'informazione non vale il suo prezzo, l'individuo rimane razionalmente ignorante.Supponi che il valore per te di far eleggere a presidente la persona giusta sia 100.000 dollari -- una cifra alta per la maggior parte di noi. Supponi inoltre di avere una probabilità su un milione che il tuo voto possa influenzare l'esito dell'elezione -- di nuovo, una stima ottimistica. Questo significa che il voto ti dà un tornaconto atteso di 10 centesimi. Questo non giustifica che tu investa più di un minuto a capire per quale candidato votare.Abbiamo spiegato perché la maggior parte dei votanti sono ignoranti, ma ci rimane un altro enigma: perché si prendono la briga di votare?Il mercato della tifoseriaLe grosse squadre sportive, negli Stati Uniti e altrove, sono quasi sempre associate a una città o a un'università. ... eppure questo schema si incontra raramente nelle altre industrie. ...La spiegazione è che ciò che le squadre sportive vendono è in parte la partigianeria. Gli appassionati non vanno semplicemente a guardare una partita ma per tifare per la loro squadra. Un tifoso che creda che il suo tifo possa far giocare meglio la sua squadra può persino avere l'impressione di essere parte del gioco -- anche se solo una piccola parte. Identificare te stesso con una città o un'università è un modo economico di accaparrarti una quantità di partigiani.Ogni quattro anni, la televisione nazionale trasmette un gioco dove è in ballo il destino del mondo. La notte delle elezioni, si rivelano i risultati: una squadra vince, l'altra perde. Non solo puoi tifare, puoi persino giocare. Il prezzo di ammissione è un'ora del tuo tempo. Come modo di influenzare il destino del mondo, è un pessimo affare: un'ora del tuo tempo in cambio di una probabilità su un milione di influenzare l'esito. Ma come modo di avere una serata eccitante, vale il suo prezzo.Per migliorare lo stato del mondo, devi non solo votare, ma votare il candidato giusto -- il che richiede alcune ore aggiuntive per considerare le questioni e i candidati. I tifosi sportivi non hanno bisogno di sapere quale squadra merita di più il loro supporto. E neppure i tifosi politici. La maggior parte dei votanti non conosce il nome del proprio rappresentante al Congresso [Parlamento], e solo una piccola minoranza è in grado di descrivere accuratamente le posizioni politiche dei candidati.Una risposta tipica a questo argomento è "stai dicendo che dovremmo essere tutti politicamente ignoranti; ma se lo facessimo, la democrazia non funzionerebbe". È corretto: proposizioni vere non hanno necessariamente conseguenze desiderabili. Alcune persone acquisiscono informazioni politiche per divertimento, o per avere la meglio nelle discussioni a un aperitivo con gli amici; alcune leggono persino libri di economia -- se sono abbastanza divertenti. Per queste persone, l'informazione necessaria per essere votanti informati non è costosa: la ottengono come sottoprodotto di altre attività. Altre persone acquisiscono l'informazione come sottoprodotto della lettura di un quotidiano per divertimento. Il risultato delle elezioni democratiche è guidato dall'informazione libera -- e riflette la qualità di ciò che ottieni a quel prezzo.Se il modello di democrazia che viene insegnato a scuola fallisce a causa dell'ignoranza razionale, dovremmo cercare un altro modello. Come il nostro modello del mercato normale, dovrebbe cominciare ipotizzando individui razionali, ognuno dei quali trova il modo migliore di raggiungere i suoi obiettivi, e proseguire il ragionamento da lì, producendo predizioni e spiegazioni di quello che osserviamo nel mondo reale.Il mercato della leggeConsiderate il mercato della produzione della legge. Gli individui offrono pagamenti ai politici perché sostengano o si oppongano a una legge. Il pagamento in questione può consistere nella promessa di votare quel politico, in un pagamento in denaro da usare per finanziare future campagne elettorali, o in contributi (segreti) al conto in banca del politico. Il politico cerca di massimizzare il proprio utile, tenendo conto del vincolo che egli potrà continuare a vendere la legislazione in quel modo solo fino a che riuscirà ad essere eletto.È un sistema efficiente? Considerate una semplice transazione su questo mercato. Un legislatore propone una legge che impone su 1000 individui un costo di $ 10 ciascuno (costo totale $ 10.000) e accorda un beneficio di $ 500 ciascuno a 10 individui (beneficio totale $ 5.000). [Quindi la società ottiene un danno netto da quella legge, NdM] Quali saranno le offerte a favore e contro quella legge?Il costo totale per i perdenti è $ 10.000, ma la quantità che saranno disposti ad offrire ad un politico per opporsi alla legge è molto minore. Un individuo che contribuisca a una campagna di finanziamento per sconfiggere la legge sta fornendo un bene pubblico a tutte le migliaia di membri del gruppo. Gli argomenti usati nel capitolo 18 per mostrare che i beni pubblici saranno prodotti in quantità insufficiente vale anche in questo caso. Più il pubblico è grande, minore è la frazione del valore del bene che il pubblico riuscirà a mettere insieme per pagare il bene. [Notate che questo risultato è controintuitivo: uno potrebbe pensare che un pubblico grande riuscirà a sconfiggere un pubblico piccolo. Non è così, perché ciascuna persona del pubblico grande viene danneggiata in modo infinitesimale dalla legge e quindi sarà disposta a offrire pochissimo, NdM.]Anche il beneficio fornito ai vincitori è un bene pubblico, ma va a beneficio di un pubblico molto più piccolo -- 10 individui invece di 1000. Un pubblico più piccolo riesce a organizzarsi più facilmente per finanziare un bene pubblico. Anche se il beneficio per il gruppo piccolo è minore del costo per il gruppo grande, la quantità che il gruppo piccolo è in grado di offrire ai politici per sostenere la legge sarà maggiore della quantità che il gruppo grande è in grado di offrire per opporsi ad essa.La conclusione è rafforzata da una seconda considerazione -- il costo delle informazioni. Per l'individuo che sospetta che la legge lo danneggerà di $ 10, non vale la pena di verificare se quel sospetto è vero. Il danno possibile per lui è piccolo, quindi è piccola la probabilità che egli sia disposto a fare qualcosa che possa influenzare l'esito. Il membro del "gruppo di interesse disperso" sceglie (razionalmente) di essere peggio informato rispetto al membro del "gruppo di interesse concentrato".Pensate a "concentrato" e "disperso" come a un'abbreviazione per tutto l'insieme di caratteristiche che determina quanto facilmente un gruppo è in grado di finanziare un bene pubblico: il numero di individui che compongono il gruppo è solo una di queste caratteristiche. Considerate, per esempio, un dazio sulle automobili. Esso dà beneficio a centinaia di migliaia di persone: gli azionisti delle compagnie automobilistiche, i dipendenti, i proprietari delle fabbriche a Detroit. Ma la General Motors, la Ford, la Chrysler, la UAW, e la città di Detroit, sono organizzazioni che già esistono per fare l'interesse di una gran parte di quel grande gruppo di persone. Per molti scopi, possiamo considerare tutti gli azionisti e la maggior parte dei lavoratori come cinque individui -- un gruppo abbastanza piccolo da sapersi organizzare efficacemente. I beneficiari dei dazi sono un gruppo di interesse molto più concentrato di quanto suggerirebbe un semplice conto del loro numero.Il problema dei beni pubblici porta all'inefficienza nei mercati privati perché alcuni beni pubblici, che valgono più di quanto costerebbe produrli, non vengono prodotti. Porta all'inefficienza nei mercati pubblici perché ciò che viene offerto ai politici per approvare una data legge riflette solo in minima parte i veri costi e benefici di quella legge. Se i potenziali beneficiari e i potenziali danneggiati non offrono la stessa frazione dei loro rispettivi benefici e danni, allora, come avviene di solito, possono essere approvate leggi che impongono un costo netto alla società, e possono essere respinte leggi che darebbero un beneficio netto. (di David Friedman)

martedì 16 ottobre 2007

BRUNO LEONI: LIBERALE D'ECCEZIONE - CONFERENZA Sabato 10 novembre 2007

Il Circolo Benedetto Croce di Ancona, l'Istituto Bruno Leoni e la casa editrice Liberilibri di Macerata organizzano un incontro sul pensiero di Bruno Leoni dal titolo:
"Bruno Leoni: Liberale d'eccezione
Ancona, sua città natale, ricorda un grandissimo pensatore del ‘900

L'incontro si svolgerà ad Ancona in data 10 novembre, ore 10,00, presso la sede della Facoltà di Economia Giorgio Fuà di Ancona (ex Caserma Villarey).

Interverranno:
Didi Leoni
Carlo Lottieri - Direttore del dipartimento di Teoria Politica dell'IBL
Serena Sileoni - Casa Editrice Liberilibri"

Patrocinio dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona; della Provincia di Ancona; dell'ISTAO, della Round Table 42 di Ancona, della Regione Marche, dall'Università Politecnica delle Marche.

lunedì 10 settembre 2007

COMMEMORAZIONE DI HAYEK SU "IL POLITICO"

Il discorso commemorativo di Hayek, nel 1967, nell’Università di Leoni
Anche dopo tre mesi dalla sua tragica morte, è difficile credere che Bruno Leoni non è più tra noi. Amabile e dinamico, egli visse con una tale intensità che, più della maggior parte degli uomini, sembrava impersonare la vita stessa. Egli ci è stato sottratto da un destino crudele nel pieno delle sue forze quando le sue grandi realizzazioni giustificavano l’attesa di ancora più grandi risultati per il futuro. Aveva una natura così ricca che anche dopo molti anni di amicizia si scoprivano in lui sempre nuovi e insospettati aspetti di una grande personalità, di quel tipo che noi invidiamo alle età passate, ma che raramente incontriamo nel nostro tempo. Fra tutti i cittadini del mondo fra i quali egli va annoverato e tra i quali, in particolare, io lo incontrai, egli era unico.
Anche se proprio questa aula evoca il ricordo bruciante di meno di quattro anni fa, quando ebbi il privilegio di parlare qui, ospite di Bruno Leoni, fu in Paesi lontani, negli Stati Uniti e in Giappone così come in diverse città d’Europa, che io soprattutto lo conobbi. Non posso dirvi niente, perciò, della maggior parte della sua vita, a Pavia, a Torino e in Sardegna, della quale voi sapete molto più di me; mi devo limitare a parlarvi di Bruno Leoni come studioso e figura internazionale, dell’uomo che otteneva devozione e rispetto ovunque si recasse, e del quale sono orgoglioso di parlare, sia a nome dei nostri comuni amici in tutto il mondo, sia a mio nome personale. Scoprimmo presto che c’era in lui molto più dell’uomo che noi conoscevamo principalmente come eminente studioso, come devoto aderente alla causa della libertà e come instancabile organizzatore al servizio della causa. Ci rendemmo conto presto di quanto profondamente egli capisse le arti e la musica, specialmente l’arte orientale e anche la filosofia orientale - e ci rendemmo pure conto della sua abilità e del suo entusiasmo nel godere di tutte le cose belle e piacevoli che il mondo può offrire.Di tutti questi molteplici aspetti che rendevano così affascinante la sua compagnia, non so tuttavia così tanto da poterne parlare a lungo. In ciò che seguirà dovrò limitarmi a tre aspetti del suo lavoro per i quali, per circa dieci o dodici anni, i nostri sforzi hanno percorso una via parallela e dove, conseguentemente, ero riuscito a conoscerlo piuttosto bene. Il primo è il suo sforzo di superare la divisione delle scienze sociali e specialmente di colmare il vuoto che è venuto a separare lo studio del diritto da quello delle scienze sociali teoretiche. Il secondo è lo sforzo di fornire un fondamento intellettuale soddisfacente per la difesa della libertà individuale, nella quale egli credeva così fermamente. Il terzo punto è costituito da certi importanti suggerimenti contenuti nei suoi lavori scientifici che, mi sembra, indicano la via per la soluzione di alcuni problemi intellettuali della teoria politica ma che, poiché a Bruno Leoni non fu concesso il tempo di svilupparli completamente, sarà compito di coloro che desiderano onorare la sua memoria continuare dove egli li lasciò. Ma prima di passare al mio compito principale, devo dire alcune cose riguardo al tipo di amicizia che mi legava a Bruno Leoni.
L’onore che la vostra gloriosa Università mi ha fatto nel chiedermi di parlare in questa triste occasione, mi impone di spiegare di quale limitata autorità io sia fornito per assolvere questo compito.
Incontrai per la prima volta Bruno Leoni quattordici anni fa all’Università di Chicago, dove allora io insegnavo e dove egli si era recato, io credo, principalmente per approfondire la sua conoscenza del diritto e delle istituzioni politiche angloamericane. Scoprimmo presto che i nostri interessi e ideali coincidevano in molti punti, e ciò lo condusse presto in quella organizzazione internazionale di studiosi e pubblicisti per lo studio delle condizioni necessarie per la salvaguardia della libertà individuale, la Mont Pèlerin Society, che io avevo fondato alcuni anni prima e alla cui attività egli avrebbe poi dedicato, in modo tanto considerevole, il suo tempo e la sua energia. Passammo ancora un po’ di tempo insieme, quasi dieci anni fa, al Claremont College in California, a un seminario dedicato ai problemi della libertà, dove egli tenne quelle conferenze sul tema Freedom and the Law del quale dovrò parlare più ampiamente in seguito. Fu allora che mi accorsi della capacità di Bruno Leoni di interessare il pubblico, della sua instancabile prontezza nel discutere i problemi intellettuali a ogni ora del giorno e della notte, e del suo amore per la vita che lo spingeva ad approfittare di ogni occasione che l’ambiente del momento gli offriva per istruirsi o divertirsi. Mi sia permesso di ricordare qui un piccolo episodio che capitò in quella occasione. Noi conferenzieri del seminario eravamo piuttosto occupati e apprezzavamo molto le tre ore successive al pasto del mezzogiorno durante le quali non avevamo nessun impegno particolare. Quando Bruno Leoni regolarmente scompariva durante quel lasso di tempo, noi tiravamo la «naturale conclusione». Ma come ci sbagliavamo! Egli aveva trovato il modo di prendere lezioni di volo a un vicino aerodromo e passava ai comandi di un aeroplano le ore che gli altri dedicavano al riposo.Non molto più tardi incontrai di nuovo Bruno Leoni negli Stati Uniti, non di persona, ma seguendo i suoi passi e notando la profonda impressione che egli lasciava nella sua scia: nel 1961 io gli succedetti come Visiting Professor al Thomas Jefferson Center of Studies in Political Economy all’Università di Virginia, e potei rendermi conto del grande influsso che egli aveva esercitato. Ma anche prima ci eravamo trovati ancora più uniti dagli incalcolabili servizi che egli rese durante un periodo di crisi, alla società internazionale di cui ho parlato prima e della quale, di conseguenza, egli divenne e rimase lo spirito-guida fino al momento della sua morte. Dal momento che Bruno Leoni non aveva niente a che fare con l’origine di tale conflitto, non è necessario che io spieghi qui la natura di quella crisi che sorse, come può accadere in ogni gruppo, da una certa incompatibilità dei temperamenti e che, a un certo momento, minacciò di far naufragare la società. Ma, eletto segretario nel bel mezzo di quel conflitto, e divenuto per un certo tempo, dopo le dimissioni del presidente, il principale responsabile delle attività della Società, egli la guidò con mani sicure attraverso acque turbolente non solo a un mare più calmo ma a un nuovo periodo di fiorente attività. I congressi annuali tenuti a Torino, a Knokke-sur-mer in Belgio, a Semmering in Austria, a Stresa, a Tokyo e a Vichy, che egli organizzò, furono fra i più felici che la nostra società abbia mai avuto: nel corso dell’ultimo congresso a Vichy, solo sei mesi fa, egli, per acclamazione generale, fu eletto presidente, succedendo, in quella carica a Friedrich Lutz e, prima, a John Jewkes, a Wilhelm Roepke e a me. Solo adesso, di fronte al problema di trovargli un successore, ci rendiamo conto di ciò che egli rappresentava per la Società.Ora devo passare al suo lavoro di studioso e di scienziato, di cui conosco bene soltanto ciò che pubblicò in inglese e solo una piccola parte di quanto apparve in italiano. Bruno Leoni era uno di quegli uomini, sempre più rari, che avevano il coraggio di trascendere i limiti di una specialità e di cercare di vedere i problemi della società come un tutto. Con la sua enorme energia e prontezza di percezione egli riuscì a evitare i pericoli del dilettantismo che spesso si accompagna a chi si dedica a molti campi di studio. Egli era, naturalmente, prima di tutto, un giurista e, immagino, un avvocato molto efficiente. Ma anche nella sfera del diritto, egli era tanto filosofo, sociologo e storico del diritto quanto maestro del diritto positivo. Che egli fosse anche un eminente scienziato della politica è cosa forse naturale in un docente di materia pubblicistica così interessato come lui alla storia delle idee. E allo sviluppo della scienza politica in Italia, e non solo in Italia, egli contribuì anche con la rivista Il Politico da lui fondata e diretta per tanti anni. Ma ciò non esaurisce affatto l’arco completo delle sue curiosità: posso testimoniare che egli era un degno teorico dell’economia, e che lavorò intorno ad alcune delle parti più difficili dell’economia matematica mostrando un’approfondita penetrazione di alcune delle difficoltà metodologiche che gli sviluppi moderni in questo campo hanno fatto sorgere. Ciò naturalmente era strettamente connesso a un altro dei suoi principali interessi che ho lasciato per ultimo: la filosofia della scienza. Egli era uno dei fondatori e uno dei membri più attivi del Centro di Studi Metodologici di Torino: e il lavoro che svolse in questo campo lo portò ad alcuni dei problemi fondamentali della filosofia generale.Uno sguardo all’elenco delle pubblicazioni di Bruno Leoni mostra la varietà dei suoi interessi. La lista che ho qui davanti a me enumera più di ottanta pubblicazioni di cui più di settanta portano la data di questi ultimi vent’anni. Fra queste, molte sono di difficile approccio per uno straniero e sconosciute a me. Spero che qualcuno raccoglierà i suoi più importanti scritti occasionali in un volume per onorare la sua memoria. È un vero peccato, in particolare, che egli non abbia trovato il tempo di preparare per la pubblicazione definitiva il suggestivo e originale primo volume delle sue Lezioni di Filosofia del Diritto che tratta del pensiero dell’antichità classica, e che egli preparò nel 1949 in edizione litografata per i suoi studenti. Specialmente il modo in cui egli tratta il problema della relazione fra physis e nomos nel pensiero greco antico mi pare che meriti ampiamente di essere sviluppata. Dalla mia incompleta conoscenza dei suoi scritti mi pare tuttavia che quel suo libro Freedom and the Law che si trova solo in inglese e spagnolo, sia di gran lunga il più importante dei suoi lavori, sia per ciò che dice esplicitamente, e ancora più perché contiene accenni a ulteriori sviluppi, pone problemi senza risolverli completamente e che ora restano a noi, suoi amici e ammiratori, da riprendere e sviluppare. Nel suo tema centrale quel libro è così anticonformista e anche direttamente opposto a molte delle cose che oggi sono quasi universalmente accettate che c’è il pericolo che possa non essere considerato seriamente come merita o liquidato come capricciosa speculazione di un uomo in contrasto con il suo tempo. Sarebbe forse possibile distorcere lo spirito della sua tesi principale nell’asserzione che l’invenzione della legislazione fu un errore e che il mondo farebbe meglio a rinunciare del tutto alla legislazione e a basarsi esclusivamente sulla formazione del diritto da parte dei giudici e dei giuristi, così come è avvenuto nella formazione dell’antico diritto romano e della common law inglese. Ma, anche se alcune affermazioni isolate del libro possono prestarsi a una tale interpretazione, Bruno Leoni esplicitamente la respinge. Ciò che egli cerca di affermare è il punto molto importante che il diritto che emerge dalla giurisdizione e dal lavoro dei giuristi possiede necessariamente alcune caratteristiche che i prodotti della legislazione possono ma non devono necessariamente possedere e che, d’altra parte, sono essenziali per la salvaguardia della libertà individuale. Egli ha esposto esplicitamente soltanto alcune di queste caratteristiche che il diritto di formazione giudiziaria possiede necessariamente e che ogni diritto dovrebbe possedere in una società di uomini liberi. Egli afferma in modo persuasivo e mi ha convinto che, anche se la codificazione fu intesa ad aumentare la certezza del diritto, essa aumentò tutt’al più la certezza del diritto di breve periodo (e non sono più sicuro che sia rigorosamente vero), mentre l’abitudine di alterare il diritto mediante la legislazione diminuisce certamente la certezza del diritto di lungo periodo. Egli mostrò inoltre che una caratteristica delle regole di giusta condotta che emergono dal processo spontaneo di formazione del diritto è che queste norme erano essenzialmente negative, regole tendenti alla determinazione di una sfera protetta per ciascun individuo e rappresentative, come tali, di una effettiva garanzia di libertà individuale. Come per altri pensatori profondi, il compito del diritto non era per lui tanto quello di «creare giustizia», quanto quello di «prevenire l’ingiustizia». E con l’accento sulla regola aurea «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te» - una regola che, come egli teneva a sottolineare, il Confucianesimo ebbe in comune con il Cristianesimo - egli suggeriva un criterio ugualmente negativo della giustizia delle norme giuridiche, con l’applicazione coerente del quale, potremmo sperare di avvicinarci sempre più alla giustizia. Probabilmente la ricchezza dei suggerimenti che Freedom and the Law contiene sarà pienamente chiara soltanto a coloro che hanno già lavorato in una direzione analoga. Bruno Leoni sarebbe stato l’ultimo a negare che questa è semplicemente l’indicazione di una via e che molto lavoro c’è ancora da fare prima che i germogli delle nuove idee che il libro contiene così riccamente, possano fiorire in tutto il suo splendore. È parte della tragedia dell’improvvisa fine della sua ricca vita il fatto che possiamo vedere quanto ancora egli avrebbe potuto darci. Se oggi ho ritenuto che fosse mio dovere parlare principalmente di Bruno Leoni come studioso, non è stato solo perché questo era il suo lato che conoscevo meglio, ma anche perché vi è forse qualche pericolo che il suo lavoro, essendo rimasto incompiuto, possa non essere apprezzato nel suo giusto valore. Ma per coloro che gli sono stati vicini ciò sembrerà solo una piccola parte dell’uomo Bruno Leoni. Anche a coloro che lo conoscevano soprattutto nell’esercizio delle sue attività professionali questo mondo deve sembrare un posto più povero senza di lui. Posso pienamente capire cosa deve avere significato la sua perdita per i suoi studenti ai quali egli dedicò una parte considerevole della sua attività e delle sue energie. Ma la nostra più profonda simpatia deve andare in questo momento alle care persone per le quali egli era il centro della vita, alle quali egli poteva non solo offrire una casa bella e armoniosa ma anche tutto l’affetto di un cuore generoso, e dove egli lascia un vuoto che nessuno potrà mai riempire. Sappiamo che era molto di più che uno studioso; ma speriamo che possa recare almeno un po’ di consolazione a coloro che egli ha lasciato soli questo tributo pagato alla memoria di Leoni studioso, docente, maestro.
Da «Omaggio a Bruno Leoni», Quaderni della rivista Il Politico n.7, 1969, Istituto di Scienze Politiche dell’Università di Pavia - Giuffré