Comunicato Stampa.
Lunedì 21 giugno 2010 alle ore 17,30 ad Ancona presso la Loggia dei Mercanti avrà luogo una tavola rotonda con Andrea Ichino, Maria Paola Merloni ed Emmanuele Pavolini sul libro: L’Italia fatta in casa. Indagine sulla vera ricchezza degli italiani, scritto da Alberto Alesina (Harvard University) e Andrea Ichino (Università di Bologna) e pubblicato da Mondadori.
L’evento è organizzato dal Centro Studi liberali Benedetto Croce di Ancona con il patrocinio del Comune di Ancona, in collaborazione con il C.I.F. – Centro Italiano Femminile e con il contributo di Auto 90.
Stando alle statistiche Il prodotto interno lordo pro capite è più basso confrontato con quello di altri paesi come USA, Norvegia e Spagna. Basta questo per rilevare che la situazione dell’Italia è peggiore? Da cosa è composta la qualità della vita made in Italy, che pure risulta comunque essere uno standard appetibile in tutto il mondo?
In Italia c’è ancora disparità tra uomini e donne per la divisione del lavoro, i salari e le pensioni, le possibilità di carriera, secondo il modello tradizionale “Uomini in ufficio e donne a casa”. Cosa vogliono davvero le italiane e gli italiani? Quanti di loro sono disposti al cambiamento per riportare la situazione in equilibrio?
Quanto le istituzioni in Italia modificano la società e quanto invece la società determina l’operato delle istituzioni? La creazione del bene pubblico è ancora ostacolata come un tempo dal modello di sviluppo familiare, basato sulla fiducia nel privato e la diffidenza ad intraprendere con gli estranei?
Gli autori del libro analizzano il ruolo della famiglia nel sistema produttivo italiano nell’ambito del mercato del lavoro, del sistema universitario, della struttura del welfare state, della governance nelle aziende considerando anche la condizione della donna, dei bambini e degli anziani, il senso civico, la fiducia nelle regole e nelle istituzioni e le differenze di sviluppo tra nord e sud.
Un’indagine puntuale e un dibattito serviranno a far luce sulla vera ricchezza degli italiani: la produzione italiana non rilevata dalle statistiche e la mancata produzione causata da modelli di sviluppo privatistici ereditati dal passato.
Ancona, giugno 2010.
venerdì 4 giugno 2010
IL DIRITTO COME PRETESA PER BRUNO LEONI
Giovedì scorso, durante la riunione del direttivo aperto, ho promesso a chi mi sedeva accanto che avrei messo sul blog una breve trattazione del concetto di diritto come pretesa che è forse l'aspetto più conosciuto del pensiero di Bruno Leoni.
Va detto anzitutto che egli sviluppa questo concetto lungo tutta la sua vita di studioso della materia e quindi le prime bozze del concetto sono già presenti, in forma assai primitiva, anche nei suoi primi scritti.
La materia è molto complessa perchè abbraccia tutto l'arco di scienze di cui Leoni si è occupato, ma volendo limitarsi all'essenziale va riferito che Leoni fonda il suo pensiero su due fonti primarie:
Quella sociologica che gli veniva da una ampia condivisione dei lavori di Weber e di Ehrlich e quella economica basata sulla più volte ribadita adesione alla nota Scuola Austriaca, vale a dire, per intenderci quella di Mises e di Hayek.
Leoni contrappone alla teoria normativistica, allora predominante in Italia e nel continente europeo, la cui fondazione può essere attribuita a Kelsen, il recupero del cosiddetto diritto naturale con l'aggiunta di proprie considerazioni che lo porteranno appunto a definirlo diritto come pretesa.
Egli obietta che la teoria normativistica non tiene conto che l'osservanza o meno di una norma è qualcosa che accade nella realtà, ossia è un “insieme di eventi psicologici a cui corrispondono comportamenti osservabili, e non semplicemente una proposizione o un insieme di proposizioni linguistiche”.
Questo significa che le norme diventano espressioni di usi, ed è quindi possibile verificare la loro corrispondenza, o dissonanza, rispetto a questi usi.
Può cioè accadere che esista un diritto"vivente" contrapposto al diritto "vigente" e che quindi gli schemi di previsione delle azioni umane non corrispondono a quelli previsti dalle leggi.
Ciò non toglie che egli si preoccupi di dare valore oggettivo e universale alle conclusioni alle quali approda.
Egli obietta che comportamenti effettivi degli individui sono orientati secondo determinati criteri presenti alla mente degli individui: in particolare secondo determinati schemi previsivi e secondo determinate pretese che, come tali, possono considerarsi eventi psicologici.
C'è un passo degli scritti di Leoni che meglio di tutti chiarisce il punto di vista:
“riassumendo, “sociologia comprendente” nel senso weberiano vuol dire spiegazione delle azioni umane in base ad un’interpretazione che il significato è quello dato dalla persona che le compie, quindi in base ad un accertamento degli scopi che questa persona si propone nell’agire. Questo accertamento implica la considerazione di certe aspettative che sono riconnesse a questi scopi. Se io mi propongo lo scopo di comprare una cosa, io mi attendo e quindi pretendo che ci sia chi me la vende, o meglio che chi la vende la venda a me. Quindi questi scopi sono riconnessi con aspettative. […]
Il residuo insolubile dal quale parte la sociologia comprendente è l'individuo. In altri termini il canone metodologico fondamentale della sociologia comprendente di Weber è l'individualismo inteso come procedimento mediante il quale tutti gli eventi si spiegano tentando di accertare i significati che determinati singoli individui agenti attribuiscono alle loro azioni”.
Come si vede si tratta di un concetto assai simile a quello elaborato dalla Scuola Austriaca, in particolare alla teoria dell'individualismo e alle sue implicazioni in tutte le scienze umane.
Il primo importante rilievo di Leoni, connesso alla già citata critica del normativismo, è l'individuare nel diritto un importante elemento di soggettività, riconducibile al fatto che chi rivendica un diritto pretende anzitutto il verificarsi di un comportamento altrui.
Un passo in cui egli chiarisce meglio è il seguente:
“il concetto cui sembra riducibile il termine diritto, così come viene usato nel linguaggio ordinario, è quello che potrebbe definirsi la richiesta di un comportamento altrui corrispondente ad un nostro interesse […] e considerato inoltre come probabile – o comunque più probabile di altri – nell’ambito di convivenza organizzata cui apparteniamo entrambi (noi e la persona il cui comportamento è oggetto di pretesa), nonché in ogni caso come determinabile mediante un nostro intervento (presso tale persona o presso altre) in base ad un potere di cui noi, che formuliamo la richiesta, ci consideriamo dotati”
E' dunque per Leoni la pretesa che fa sì che un obbligo sia giuridico e gli obblighi giuridici possono nascere solo in corrispondenza di pretese.
Leoni quindi individua i quattro elementi che una pretesa deve annoverare:
La pretesa deve contenere un favorevole giudizio di probabilità.
Oggetto di pretesa saranno eventi umani non necessari nè impossibili (poichè sarebbero naturalmente o inutili o impossibili da pretendere).
Su questo tema Leoni sfrutta i molteplici suoi studi giovanili su Pascal, Bernouilli e Leibniz e sul tentativo di sottoporre il comportamento umano a leggi probabilistiche prettamente matematiche.
Il secondo elemento da considerare è l'intervento, o meglio la “disposizione della persona che pretende ad ottenere con un qualche tipo di intervento il comportamento preteso, qualora esso non si verifichi spontaneamente”.
Il terzo elemento è in realtà una specificazione del secondo, e consiste nel potere di intervento.
Il quarto elemento costitutivo della pretesa è l'interesse.
Si ha una pretesa solo nel momento in cui qualcuno ritiene utile il verificarsi di un certo comportamento e dunque lo pretende.
Leoni però chiarisce che fin qui ci troviamo nel campo della pretesa di tipo soggettivo.
Affinchè essa diventi pretesa giuridica è necessario trasformarla in forma oggettiva o meglio che divenga probabilisticamente oggettiva.
Il primo requisito è quindi che ad essa faccia riscontro una probabilità di tipo oggettivo, cioè che essa abbia alta probabilità oggettivamente di riuscita indipendentemente da quello che pensa il richiedente.
Per fare un esempio anche la pretesa di un rapinatore ha una forte probabilità di essere soddisfatta (per il rapinatore), ma non per questo è giuridica.
Deve esserci un alto consenso comunitario a renderla effettiva.
Il secondo requisito è quindi che quella richiesta venga avanzata in un certo ambito ben prestabilito che la renda realizzabile alla luce del contesto specifico.
Questi sono i passaggi che fanno diventare la pretesa un diritto oggettivo e quindi valutabile a posteriori tanto che il Leoni definisce il diritto come un fenomeno storico.
Come dicevo in apertura il concetto è complesso ed è fondato su un ragionamento per gradi che Leoni sviluppa in tutti i suoi lavori e che vanno a sfociare nei principi che ho tentato maldestramente di riassumere.
Purtroppo un limite di Bruno Leoni è quello che per capirlo ed apprezzarlo davvero è necessario possedere una conoscenza completa, o quasi, delle sue opere e che la sua tragica scomparsa a soli 54 anni non gli hanno consentito probabilmente di raccogliere lui in qualche opera omnia il frutto delle sue decennali meditazioni.
Anche il suo libro più famoso "Freedom and the laws" non consente di ridurre schematicamente il suo eterodiretto pensiero.
Scritto da Riccardo Rinaldi
Va detto anzitutto che egli sviluppa questo concetto lungo tutta la sua vita di studioso della materia e quindi le prime bozze del concetto sono già presenti, in forma assai primitiva, anche nei suoi primi scritti.
La materia è molto complessa perchè abbraccia tutto l'arco di scienze di cui Leoni si è occupato, ma volendo limitarsi all'essenziale va riferito che Leoni fonda il suo pensiero su due fonti primarie:
Quella sociologica che gli veniva da una ampia condivisione dei lavori di Weber e di Ehrlich e quella economica basata sulla più volte ribadita adesione alla nota Scuola Austriaca, vale a dire, per intenderci quella di Mises e di Hayek.
Leoni contrappone alla teoria normativistica, allora predominante in Italia e nel continente europeo, la cui fondazione può essere attribuita a Kelsen, il recupero del cosiddetto diritto naturale con l'aggiunta di proprie considerazioni che lo porteranno appunto a definirlo diritto come pretesa.
Egli obietta che la teoria normativistica non tiene conto che l'osservanza o meno di una norma è qualcosa che accade nella realtà, ossia è un “insieme di eventi psicologici a cui corrispondono comportamenti osservabili, e non semplicemente una proposizione o un insieme di proposizioni linguistiche”.
Questo significa che le norme diventano espressioni di usi, ed è quindi possibile verificare la loro corrispondenza, o dissonanza, rispetto a questi usi.
Può cioè accadere che esista un diritto"vivente" contrapposto al diritto "vigente" e che quindi gli schemi di previsione delle azioni umane non corrispondono a quelli previsti dalle leggi.
Ciò non toglie che egli si preoccupi di dare valore oggettivo e universale alle conclusioni alle quali approda.
Egli obietta che comportamenti effettivi degli individui sono orientati secondo determinati criteri presenti alla mente degli individui: in particolare secondo determinati schemi previsivi e secondo determinate pretese che, come tali, possono considerarsi eventi psicologici.
C'è un passo degli scritti di Leoni che meglio di tutti chiarisce il punto di vista:
“riassumendo, “sociologia comprendente” nel senso weberiano vuol dire spiegazione delle azioni umane in base ad un’interpretazione che il significato è quello dato dalla persona che le compie, quindi in base ad un accertamento degli scopi che questa persona si propone nell’agire. Questo accertamento implica la considerazione di certe aspettative che sono riconnesse a questi scopi. Se io mi propongo lo scopo di comprare una cosa, io mi attendo e quindi pretendo che ci sia chi me la vende, o meglio che chi la vende la venda a me. Quindi questi scopi sono riconnessi con aspettative. […]
Il residuo insolubile dal quale parte la sociologia comprendente è l'individuo. In altri termini il canone metodologico fondamentale della sociologia comprendente di Weber è l'individualismo inteso come procedimento mediante il quale tutti gli eventi si spiegano tentando di accertare i significati che determinati singoli individui agenti attribuiscono alle loro azioni”.
Come si vede si tratta di un concetto assai simile a quello elaborato dalla Scuola Austriaca, in particolare alla teoria dell'individualismo e alle sue implicazioni in tutte le scienze umane.
Il primo importante rilievo di Leoni, connesso alla già citata critica del normativismo, è l'individuare nel diritto un importante elemento di soggettività, riconducibile al fatto che chi rivendica un diritto pretende anzitutto il verificarsi di un comportamento altrui.
Un passo in cui egli chiarisce meglio è il seguente:
“il concetto cui sembra riducibile il termine diritto, così come viene usato nel linguaggio ordinario, è quello che potrebbe definirsi la richiesta di un comportamento altrui corrispondente ad un nostro interesse […] e considerato inoltre come probabile – o comunque più probabile di altri – nell’ambito di convivenza organizzata cui apparteniamo entrambi (noi e la persona il cui comportamento è oggetto di pretesa), nonché in ogni caso come determinabile mediante un nostro intervento (presso tale persona o presso altre) in base ad un potere di cui noi, che formuliamo la richiesta, ci consideriamo dotati”
E' dunque per Leoni la pretesa che fa sì che un obbligo sia giuridico e gli obblighi giuridici possono nascere solo in corrispondenza di pretese.
Leoni quindi individua i quattro elementi che una pretesa deve annoverare:
La pretesa deve contenere un favorevole giudizio di probabilità.
Oggetto di pretesa saranno eventi umani non necessari nè impossibili (poichè sarebbero naturalmente o inutili o impossibili da pretendere).
Su questo tema Leoni sfrutta i molteplici suoi studi giovanili su Pascal, Bernouilli e Leibniz e sul tentativo di sottoporre il comportamento umano a leggi probabilistiche prettamente matematiche.
Il secondo elemento da considerare è l'intervento, o meglio la “disposizione della persona che pretende ad ottenere con un qualche tipo di intervento il comportamento preteso, qualora esso non si verifichi spontaneamente”.
Il terzo elemento è in realtà una specificazione del secondo, e consiste nel potere di intervento.
Il quarto elemento costitutivo della pretesa è l'interesse.
Si ha una pretesa solo nel momento in cui qualcuno ritiene utile il verificarsi di un certo comportamento e dunque lo pretende.
Leoni però chiarisce che fin qui ci troviamo nel campo della pretesa di tipo soggettivo.
Affinchè essa diventi pretesa giuridica è necessario trasformarla in forma oggettiva o meglio che divenga probabilisticamente oggettiva.
Il primo requisito è quindi che ad essa faccia riscontro una probabilità di tipo oggettivo, cioè che essa abbia alta probabilità oggettivamente di riuscita indipendentemente da quello che pensa il richiedente.
Per fare un esempio anche la pretesa di un rapinatore ha una forte probabilità di essere soddisfatta (per il rapinatore), ma non per questo è giuridica.
Deve esserci un alto consenso comunitario a renderla effettiva.
Il secondo requisito è quindi che quella richiesta venga avanzata in un certo ambito ben prestabilito che la renda realizzabile alla luce del contesto specifico.
Questi sono i passaggi che fanno diventare la pretesa un diritto oggettivo e quindi valutabile a posteriori tanto che il Leoni definisce il diritto come un fenomeno storico.
Come dicevo in apertura il concetto è complesso ed è fondato su un ragionamento per gradi che Leoni sviluppa in tutti i suoi lavori e che vanno a sfociare nei principi che ho tentato maldestramente di riassumere.
Purtroppo un limite di Bruno Leoni è quello che per capirlo ed apprezzarlo davvero è necessario possedere una conoscenza completa, o quasi, delle sue opere e che la sua tragica scomparsa a soli 54 anni non gli hanno consentito probabilmente di raccogliere lui in qualche opera omnia il frutto delle sue decennali meditazioni.
Anche il suo libro più famoso "Freedom and the laws" non consente di ridurre schematicamente il suo eterodiretto pensiero.
Scritto da Riccardo Rinaldi
mercoledì 12 maggio 2010
Percorsi Liberali: IL Prof. ICHINO presenta L'ITALIA FATTA IN CASA - Ancona, 21 giugno 2010 ore 17,30
ANDREA ICHINO Professore ordinario all’Università di Bologna presenta il libro "L’ITALIA FATTA IN CASA Indagine sulla vera ricchezza degli italiani"
Interverranno:
MARIA PAOLA MERLONI Deputato Parlamento Italiano
EMMANUELE PAVOLINI Professore di sociologia all’Università di Macerata
Lunedì 21 giugno 2010 alle ore ore 17,30 presso il Rettorato dell’Universita’ Politecnica delle Marche
Piazza Roma 22 ANCONA
Interverranno:
MARIA PAOLA MERLONI Deputato Parlamento Italiano
EMMANUELE PAVOLINI Professore di sociologia all’Università di Macerata
Lunedì 21 giugno 2010 alle ore ore 17,30 presso il Rettorato dell’Universita’ Politecnica delle Marche
Piazza Roma 22 ANCONA
sabato 1 maggio 2010
LETTURE DIALOGICHE SU DEMOCRAZIA, LIBERALISMO, LIBERTA' DI INFORMAZIONE
Il Centro Studi Liberali B. Croce di Ancona ha organizzato una serie di incontri con gli studenti delle scuole superiori aventi per oggetto letture dialogiche sulla democrazia, il liberalismo e la libertà di informazione.
Giovedì 15 aprile alle ore 15,30 il Prof A Luccarini ha parlato sul tema origini e sviluppo della democrazia a partire dalla lettura del libro “La democrazia in trenta lezioni” di G. Sartori.
Giovedì 22 aprile alle ore 15,30 il Prof. R. Morelli ha parlato sul tema il liberalismo e il suo rapporto con la democrazia a partire dalla lettura del libro “Lo stato canaglia” di P. Ostellino.
Giovedì 29 aprile alle ore 15,30 il Prof. L. Brunelli ha parlato sul tema la libertà di informazione in uno stato democratico a partire dalla lettura dei libri “ La mia eredità sono io” di I. Montanelli e “Montanelli. L’anarchico borghese”.
Gli incontri si sono svolti presso la Casa delle Culture sita in Via Vallemiano – Ancona
Al termine di ogni conferenza è stato rilasciato agli studenti un attestato di partecipazione.
La manifestazione ha riscontrato un buon successo con una presenza media di oltre 50 studenti.
(di Riccardo Rinaldi)
Giovedì 15 aprile alle ore 15,30 il Prof A Luccarini ha parlato sul tema origini e sviluppo della democrazia a partire dalla lettura del libro “La democrazia in trenta lezioni” di G. Sartori.
Giovedì 22 aprile alle ore 15,30 il Prof. R. Morelli ha parlato sul tema il liberalismo e il suo rapporto con la democrazia a partire dalla lettura del libro “Lo stato canaglia” di P. Ostellino.
Giovedì 29 aprile alle ore 15,30 il Prof. L. Brunelli ha parlato sul tema la libertà di informazione in uno stato democratico a partire dalla lettura dei libri “ La mia eredità sono io” di I. Montanelli e “Montanelli. L’anarchico borghese”.
Gli incontri si sono svolti presso la Casa delle Culture sita in Via Vallemiano – Ancona
Al termine di ogni conferenza è stato rilasciato agli studenti un attestato di partecipazione.
La manifestazione ha riscontrato un buon successo con una presenza media di oltre 50 studenti.
(di Riccardo Rinaldi)
giovedì 25 marzo 2010
UN ESEMPIO RARO DI POLITICA LIBERALE
Colgo l'occasione per segnalare un articolo, apparso sul Foglio, a firma dell'ex Ministro Antonio Martino che dimostra quanto sia difficile governare seguendo principi liberali o semplicemente usando il buon senso. E' utile osservare che il Prof. Antonio Martino ebbe vita difficile, molto difficile, sia con l'opposizione di Centro Sinistra che con il suo governo di Centro Destra. Il finale è straordinario perchè chiarisce bene il perchè di alcuni atti di governo apparentemente insensati. E detto da chi è stato nella stanza del bottoni ha una valenza in più. Grazie Prof. Martino! Temo che le sia, e ci sia, costato molto, infatti non è più al Governo di questo paese.
"Di Antonio Martino
31 gennaio 2010
Meno male, ho perso l'aereo
Le rivelazioni di Antonio Martino sull'affare Airbus A400M
L'ex titolare della Difesa ricorda sul Foglio come e perché ci sfilammo dal consorzio europeo
Il 22 gennaio scorso le agenzie hanno dato notizia che si era concluso con un nulla di fatto l’incontro di due giorni tenuto a Berlino dai rappresentanti dei paesi clienti del programma A400M sul futuro del progetto. In particolare, il ministro della Difesa della Repubblica federale di Germania, Karl Theodor zu Guttenberg, aveva definito inaccettabile l’opzione di ricevere un minor numero di aerei A400M per il prezzo stabilito di 20 miliardi di euro. “Ottenere meno per gli stessi soldi per me è inaccettabile” era stato il lapidario commento di Guttenberg.
La vicenda aveva attirato l’interesse degli organi d’informazione nei giorni precedenti. Per esempio, il 6 gennaio in un lungo articolo significativamente intitolato “Airbus minaccia di bloccare l’A400M” il Sole 24 Ore dava conto delle difficoltà del programma e del suo incerto futuro. Per chi non lo sapesse, l’aereo in questione dovrebbe essere dedicato al trasporto militare e rappresentare un primo esempio d’iniziativa europea in materia d’industria della difesa. Il consorzio dell’aereo, istituito nel 1970 (sic) è composto da sette paesi – Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Lussemburgo e Turchia – e ha recentemente incontrato difficoltà che hanno fatto aumentare i costi previsti di 5,3 miliardi di euro. Airbus sarebbe disposta ad accollarsi al massimo tre miliardi di questi costi aggiuntivi ma chiede che gli altri 2,3 miliardi siano sborsati dai paesi interessati; altrimenti, in mancanza di un accordo entro la fine del mese, cancellerà del tutto il progetto per dedicarsi esclusivamente all’aviazione civile.
Queste notizie mi hanno riportato alla mente le vicende che condussero l’Italia ad abbandonare il consorzio nel 2001. La storia, credo, merita di essere raccontata. Non appena insediato come ministro della Difesa, l’11 giugno 2001, mi fu sottoposta la questione dell’adesione dell’Italia al consorzio per l’aereo da trasporto militare della società francese Airbus, cui il governo di centrosinistra aveva dato la sua adesione in linea di principio, e che avrebbe dovuto essere formalizzata con la mia firma pochi giorni dopo.
Non essendo adeguatamente informato sulla vicenda, convocai i vertici militari perché mi facessero il punto della situazione. Venni così a sapere che il centrosinistra, prima di mostrarsi interessato all’A400M, aveva ordinato 22 aerei da trasporto militare C130J prodotti dall’americana Lockheed, che cominciavano proprio allora a esserci consegnati. Chiesi se fossero sufficienti alle esigenze di trasporto dell’Aeronautica militare. Mi fu risposto che il progetto dell’A400M serviva a far nascere un’industria europea della difesa e che la partecipazione dell’Italia avrebbe comportato vantaggi in termini di commesse per alcune industrie italiane del settore, che avrebbero prodotto qualche parte. Non essendo del tutto convinto, posi invano il quesito se l’aereo servisse all’Aeronautica italiana.
Per essere certo di non prendere una decisione sbagliata, sentii anche altre opinioni e scoprii che l’Aeronautica non solo non riteneva indispensabile per la sua linea di trasporto la partecipazione al consorzio dell’aereo francese, ma che per il trasporto dei mezzi e dei materiali le Forze armate italiane facevano ricorso al noleggio di un aereo di produzione russa, l’Antonov 70, che, a differenza dell’A400M, esisteva già, aveva un costo unitario molto minore, e aveva una portata quasi doppia rispetto a quella che avrebbe avuto l’aereo francese una volta realizzato.
Sapendo che il trasporto di mezzi e materiali militari per missioni all’estero costituiva un’esigenza abbastanza infrequente, l’idea di preferire il noleggio all’acquisto mi sembrava assolutamente sensata. Chi di noi acquisterebbe un’automobile sapendo che al massimo ne avrà bisogno due o tre volte l’anno? Molto più economico affittarla quando serve. Del resto, come detto, sempre per scelta del centrosinistra, l’Aeronautica militare era già stata largamente dotata di aerei da trasporto peraltro affidabilissimi. Mi convinsi, quindi, che l’adesione al progetto fosse inutile e contraria agli interessi nazionali e, adducendo come giustificazione il fatto che il governo, non avendo ancora ottenuto la fiducia del Parlamento, non era nella pienezza dei suoi poteri, non partecipai all’incontro internazionale.
Apriti cielo! Fui sommerso da critiche e contumelie, accusato d’essere anti-europeista e filo-americano, di avere preferito un aereo americano a uno europeo (dimenticando che l’acquisto dei C130J era stato deciso dal centrosinistra), di far perdere alle industrie italiane commesse lucrative e chi più ne ha più ne metta. Persino il normalmente cortese Letta (Enrico, ovviamente, non Gianni) stigmatizzò quella che chiamò “politica della sedia vuota” (che credo sia da preferire alla politica della testa vuota)!
Il mio problema divenne quello di far accettare questa mia scelta e scoprii immediatamente che la cosa non era per nulla facile. Dovetti anzitutto dare conto alle commissioni parlamentari congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato. In risposta a una domanda, dissi che “nell’occasione la Francia non si è limitata a elargire croci della Legion d’onore”. L’effetto di questa mia affermazione fu che l’indomani mi pervenne una lettera dell’ambasciatore francese che pretendeva scuse ufficiali. Chiesi al mio consigliere diplomatico di informare l’esimio rappresentante della sorella latina che mi ero limitato ad alludere alla notizia ampiamente riferita dalla stampa tedesca quella mattina secondo cui gli sforzi per ottenere l’adesione dei vari paesi al progetto avrebbero incluso anche incentivi pecuniari.
Tempo dopo, trovandomi alla riunione dei ministri della Difesa della Nato a Bruxelles, convinto che avrei dovuto informare i paesi interessati della decisione italiana, telefonai al presidente del Consiglio per sapere se ero autorizzato a farlo. Mi rispose che potevo procedere e così feci. In quell’occasione trovai impeccabile la risposta del collega francese, il socialista Alain Richard, che comprese perfettamente le mie motivazioni e incassò la decisione senza battere ciglio.
La mia soddisfazione per l’esito della vicenda, tuttavia, non durò a lungo. Tornato a Roma, in occasione di una riunione del Consiglio dei ministri, il nostro ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, manifestò la sua convinta disapprovazione per la mia scelta. Per rabbonirlo il presidente del Consiglio sostenne che si era trattato di una mia iniziativa personale e che il governo non aveva ancora deciso. Per nulla soddisfatto, Ruggiero pretese che il Parlamento fosse informato di come stessero effettivamente le cose e fu così che Berlusconi, evidentemente dimentico di avermi autorizzato, mi chiese di andare in Aula alla Camera per dichiarare che si era trattato solo di un mio personalissimo parere. Renato Ruggiero e io avemmo nei primi mesi di vita del governo un rapporto ispirato a sincera simpatia e fruttuosa collaborazione. Renato diceva che eravamo “twin ministers”, ministri gemelli, e approfittando di questo simpatico rapporto, lo avevo prontamente informato di cosa pensassi dell’A400M, chiedendogli di aiutarmi a fare accettare la decisione ai partner europei. Con mio grande stupore, la documentazione che gli avevo trasmesso non lo convinse: era irrimediabilmente dell’idea che l’Italia dovesse aderire al consorzio del maledetto aeroplano. La nostra divergenza di vedute non ha cancellato la stima e l’amicizia che provo nei suoi confronti e che ritengo ricambiate.
Andai in Aula e non fu un’esperienza piacevole.
Ricordo vividamente lo scambio di battute con Marco Minniti, responsabile per la Difesa dei Ds, che era stato sottosegretario alla Difesa nel governo D’Alema. Dimentico del fatto che la decisione di acquistare i 22 C130J era stata presa dal governo di cui aveva fatto parte, insisteva nel caldeggiare la partecipazione al consorzio dell’aereo francese e lasciava trapelare la sua convinzione che la mia posizione fosse determinata anche da un pregiudiziale favore per gli Stati Uniti d’America e da una irragionevole antipatia per l’Europa. Ovviamente, entrambe le cose erano irrilevanti e fondate su ipotesi false.
Una delle differenze fra la tesi dei fautori dell’A400M e la mia era che per me un aereo militare merita di essere acquistato se e soltanto se serve alle esigenze dell’Aeronautica; i miei critici, invece, erano convinti che dovesse servire all’industria italiana e all’integrazione dell’Europa. Rispondendo a quei due requisiti, doveva essere comprato anche se non particolarmente necessario alla nostra forza aerea. Vanamente tentai di far comprendere che scavare buche nei campi da tennis per poi farle riempire “crea” lavoro sia per i “buchisti” sia per i “copribuchisti” ma che non per questo fa l’interesse dell’economia nazionale. Costruire parti di un aereo è conveniente per chi quelle parti produce, ma acquistare un mezzo militare che non serve alle Forze armate significa sprecare risorse che potrebbero essere impiegate altrimenti.
Noi non acquistiamo un prodotto per fare un piacere a chi lo vende, ma perché lo riteniamo utile e conveniente. Gli acquisti non si fanno perché convengono a questo o a quel produttore, ma perché l’acquirente è convinto dell’utilità del prodotto e della sua economicità. Fuor di metafora, è l’industria che dev’essere al servizio della Difesa, non il contrario. Non vi pare? Quanto all’integrazione europea, è vero che la Difesa è un tipico “bene pubblico europeo” – un obiettivo che può essere perseguito più efficacemente a livello europeo che non a livello nazionale – ma non si vede perché la produzione di un aereo per altri versi antieconomica dovrebbe giovare alla difesa dell’Europa. Né mi è chiaro perché mai una difesa europea implichi necessariamente la necessità di un’industria europea della difesa, autonoma rispetto a quelle di altri paesi. Se, per esempio, un aereo militare può essere acquistato da paesi non europei a condizioni più favorevoli di quanto non siano quelle di uno prodotto in Europa, optare per questa seconda ipotesi significa solo sprecare risorse.
L’esempio più clamoroso è offerto dalla vicenda dell’Eurofighter o Typhoon, un intercettore puro ideato all’inizio degli anni 80 per contrastare la superiorità del Mig 29 dell’Unione sovietica. Quest’ultima non esiste più e il suo eccellente intercettore è ormai divenuto pezzo da collezione, ma il consorzio europeo dell’Eurofighter esiste ancora e l’Italia, per decisione del governo D’Alema, si è impegnata ad acquistarne 122 esemplari! Ognuno di questi costa quasi dieci volte più di un F16 americano e non ne ha le capacità: l’F16 è anche un bombardiere che può fare uso di Pgm (“precision guided munitions”, le cosiddette bombe intelligenti), mentre l’aereo europeo è soltanto un intercettore, un caccia. Ha senso produrre in Europa a un costo di dieci volte superiore un aereo inferiore? A me non sembra.
Può darsi, tuttavia, che dal 2006 a oggi l’inferiorità dell’aereo europeo rispetto a quello americano sia stata eliminata e devo anche riconoscere che si tratta di una splendida macchina (l’ho anche pilotato!), ma dubito che gli artigiani del nord-est e i contribuenti considerino un buon affare pagare tasse per finanziare sprechi. Il vero europeista non è chi in nome dell’Europa sacrifica gli interessi del suo paese. L’europeismo autentico è, viceversa, basato sulla convinzione che un’Europa unita consenta di realizzare meglio l’interesse nazionale.
Tornando all’aereo francese, anche se confesso che mi asterrò dal pianto nel caso in cui non fosse prodotto, devo ammettere che provo sincera gratitudine nei suoi confronti. Grazie ad esso, credo di potere con tutta serenità affermare di essere stato il primo ministro della Difesa al mondo a rifiutare un mezzo militare che il suo governo gli offriva. In genere accade il contrario: il ministro chiede per le Forze armate qualcosa che, per una ragione qualsiasi, il governo si rifiuta di concedergli! Ma come riuscii a ottenere quell’esito? Dopo qualche tempo, la presidenza del Consiglio decise che si doveva mettere la parola fine a una vicenda durata anche troppo a lungo. Venne così convocata una riunione cui presero parte il presidente del Consiglio, il sottosegretario alla presidenza, il vicepresidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e quelli dell’Economia, Attività produttive, Affari europei, e io. Giulio Tremonti disse che non era contrario all’A400M e, quando gli rinfacciai la stranezza di negare alla Difesa un miliardo di lire per la manutenzione dell’aeroporto di Pristina e poi dirsi disposti a sborsarne un gran numero per qualcosa che gli interessati reputavano non necessario, abbandonò la riunione.
Antonio Marzano si limitò a sostenere quanto era ovvio: se la Difesa dice che ne può fare a meno, non si vede perché si debba acquistare. Ruggiero dichiarò che non difendeva il progetto per ragioni militari né per europeismo ma per ragioni di politica industriale: partecipare era nell’interesse dell’industria italiana ed europea. Gianfranco Fini osservò che se perfino l’“imbelle” Lussemburgo partecipava, l’Italia non poteva restare fuori. Fu a questo punto che lasciai cadere l’osservazione che un ministro italiano aveva avuto l’onestà e lo scrupolo di informare la presidenza del Consiglio di avere ricevuto l’offerta di una percentuale sull’affare se avesse convinto il governo ad aderire. Fu come se avessi sganciato una bomba: Fini mi accusò di essere un irresponsabile, Ruggiero dichiarò con forza che non si sarebbe mai più occupato della questione e così via. La riunione si concluse con la vittoria della mia tesi.
Morale: le frodi e il malaffare connessi alle forniture militari risalgono alla notte dei tempi e il problema, temo, non ha una soluzione infallibile in tutti i casi. In questa, come in molte altre circostanze, non sarebbe male se gli interessati avessero a cuore la Difesa, che è la sola ragion d’essere dello stato, l’unico presidio alle nostre libertà e la nostra ragione di speranza nel futuro.
di Antonio Martino
© - FOGLIO QUOTIDIANO
31 gennaio 2010
"Di Antonio Martino
31 gennaio 2010
Meno male, ho perso l'aereo
Le rivelazioni di Antonio Martino sull'affare Airbus A400M
L'ex titolare della Difesa ricorda sul Foglio come e perché ci sfilammo dal consorzio europeo
Il 22 gennaio scorso le agenzie hanno dato notizia che si era concluso con un nulla di fatto l’incontro di due giorni tenuto a Berlino dai rappresentanti dei paesi clienti del programma A400M sul futuro del progetto. In particolare, il ministro della Difesa della Repubblica federale di Germania, Karl Theodor zu Guttenberg, aveva definito inaccettabile l’opzione di ricevere un minor numero di aerei A400M per il prezzo stabilito di 20 miliardi di euro. “Ottenere meno per gli stessi soldi per me è inaccettabile” era stato il lapidario commento di Guttenberg.
La vicenda aveva attirato l’interesse degli organi d’informazione nei giorni precedenti. Per esempio, il 6 gennaio in un lungo articolo significativamente intitolato “Airbus minaccia di bloccare l’A400M” il Sole 24 Ore dava conto delle difficoltà del programma e del suo incerto futuro. Per chi non lo sapesse, l’aereo in questione dovrebbe essere dedicato al trasporto militare e rappresentare un primo esempio d’iniziativa europea in materia d’industria della difesa. Il consorzio dell’aereo, istituito nel 1970 (sic) è composto da sette paesi – Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Lussemburgo e Turchia – e ha recentemente incontrato difficoltà che hanno fatto aumentare i costi previsti di 5,3 miliardi di euro. Airbus sarebbe disposta ad accollarsi al massimo tre miliardi di questi costi aggiuntivi ma chiede che gli altri 2,3 miliardi siano sborsati dai paesi interessati; altrimenti, in mancanza di un accordo entro la fine del mese, cancellerà del tutto il progetto per dedicarsi esclusivamente all’aviazione civile.
Queste notizie mi hanno riportato alla mente le vicende che condussero l’Italia ad abbandonare il consorzio nel 2001. La storia, credo, merita di essere raccontata. Non appena insediato come ministro della Difesa, l’11 giugno 2001, mi fu sottoposta la questione dell’adesione dell’Italia al consorzio per l’aereo da trasporto militare della società francese Airbus, cui il governo di centrosinistra aveva dato la sua adesione in linea di principio, e che avrebbe dovuto essere formalizzata con la mia firma pochi giorni dopo.
Non essendo adeguatamente informato sulla vicenda, convocai i vertici militari perché mi facessero il punto della situazione. Venni così a sapere che il centrosinistra, prima di mostrarsi interessato all’A400M, aveva ordinato 22 aerei da trasporto militare C130J prodotti dall’americana Lockheed, che cominciavano proprio allora a esserci consegnati. Chiesi se fossero sufficienti alle esigenze di trasporto dell’Aeronautica militare. Mi fu risposto che il progetto dell’A400M serviva a far nascere un’industria europea della difesa e che la partecipazione dell’Italia avrebbe comportato vantaggi in termini di commesse per alcune industrie italiane del settore, che avrebbero prodotto qualche parte. Non essendo del tutto convinto, posi invano il quesito se l’aereo servisse all’Aeronautica italiana.
Per essere certo di non prendere una decisione sbagliata, sentii anche altre opinioni e scoprii che l’Aeronautica non solo non riteneva indispensabile per la sua linea di trasporto la partecipazione al consorzio dell’aereo francese, ma che per il trasporto dei mezzi e dei materiali le Forze armate italiane facevano ricorso al noleggio di un aereo di produzione russa, l’Antonov 70, che, a differenza dell’A400M, esisteva già, aveva un costo unitario molto minore, e aveva una portata quasi doppia rispetto a quella che avrebbe avuto l’aereo francese una volta realizzato.
Sapendo che il trasporto di mezzi e materiali militari per missioni all’estero costituiva un’esigenza abbastanza infrequente, l’idea di preferire il noleggio all’acquisto mi sembrava assolutamente sensata. Chi di noi acquisterebbe un’automobile sapendo che al massimo ne avrà bisogno due o tre volte l’anno? Molto più economico affittarla quando serve. Del resto, come detto, sempre per scelta del centrosinistra, l’Aeronautica militare era già stata largamente dotata di aerei da trasporto peraltro affidabilissimi. Mi convinsi, quindi, che l’adesione al progetto fosse inutile e contraria agli interessi nazionali e, adducendo come giustificazione il fatto che il governo, non avendo ancora ottenuto la fiducia del Parlamento, non era nella pienezza dei suoi poteri, non partecipai all’incontro internazionale.
Apriti cielo! Fui sommerso da critiche e contumelie, accusato d’essere anti-europeista e filo-americano, di avere preferito un aereo americano a uno europeo (dimenticando che l’acquisto dei C130J era stato deciso dal centrosinistra), di far perdere alle industrie italiane commesse lucrative e chi più ne ha più ne metta. Persino il normalmente cortese Letta (Enrico, ovviamente, non Gianni) stigmatizzò quella che chiamò “politica della sedia vuota” (che credo sia da preferire alla politica della testa vuota)!
Il mio problema divenne quello di far accettare questa mia scelta e scoprii immediatamente che la cosa non era per nulla facile. Dovetti anzitutto dare conto alle commissioni parlamentari congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato. In risposta a una domanda, dissi che “nell’occasione la Francia non si è limitata a elargire croci della Legion d’onore”. L’effetto di questa mia affermazione fu che l’indomani mi pervenne una lettera dell’ambasciatore francese che pretendeva scuse ufficiali. Chiesi al mio consigliere diplomatico di informare l’esimio rappresentante della sorella latina che mi ero limitato ad alludere alla notizia ampiamente riferita dalla stampa tedesca quella mattina secondo cui gli sforzi per ottenere l’adesione dei vari paesi al progetto avrebbero incluso anche incentivi pecuniari.
Tempo dopo, trovandomi alla riunione dei ministri della Difesa della Nato a Bruxelles, convinto che avrei dovuto informare i paesi interessati della decisione italiana, telefonai al presidente del Consiglio per sapere se ero autorizzato a farlo. Mi rispose che potevo procedere e così feci. In quell’occasione trovai impeccabile la risposta del collega francese, il socialista Alain Richard, che comprese perfettamente le mie motivazioni e incassò la decisione senza battere ciglio.
La mia soddisfazione per l’esito della vicenda, tuttavia, non durò a lungo. Tornato a Roma, in occasione di una riunione del Consiglio dei ministri, il nostro ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, manifestò la sua convinta disapprovazione per la mia scelta. Per rabbonirlo il presidente del Consiglio sostenne che si era trattato di una mia iniziativa personale e che il governo non aveva ancora deciso. Per nulla soddisfatto, Ruggiero pretese che il Parlamento fosse informato di come stessero effettivamente le cose e fu così che Berlusconi, evidentemente dimentico di avermi autorizzato, mi chiese di andare in Aula alla Camera per dichiarare che si era trattato solo di un mio personalissimo parere. Renato Ruggiero e io avemmo nei primi mesi di vita del governo un rapporto ispirato a sincera simpatia e fruttuosa collaborazione. Renato diceva che eravamo “twin ministers”, ministri gemelli, e approfittando di questo simpatico rapporto, lo avevo prontamente informato di cosa pensassi dell’A400M, chiedendogli di aiutarmi a fare accettare la decisione ai partner europei. Con mio grande stupore, la documentazione che gli avevo trasmesso non lo convinse: era irrimediabilmente dell’idea che l’Italia dovesse aderire al consorzio del maledetto aeroplano. La nostra divergenza di vedute non ha cancellato la stima e l’amicizia che provo nei suoi confronti e che ritengo ricambiate.
Andai in Aula e non fu un’esperienza piacevole.
Ricordo vividamente lo scambio di battute con Marco Minniti, responsabile per la Difesa dei Ds, che era stato sottosegretario alla Difesa nel governo D’Alema. Dimentico del fatto che la decisione di acquistare i 22 C130J era stata presa dal governo di cui aveva fatto parte, insisteva nel caldeggiare la partecipazione al consorzio dell’aereo francese e lasciava trapelare la sua convinzione che la mia posizione fosse determinata anche da un pregiudiziale favore per gli Stati Uniti d’America e da una irragionevole antipatia per l’Europa. Ovviamente, entrambe le cose erano irrilevanti e fondate su ipotesi false.
Una delle differenze fra la tesi dei fautori dell’A400M e la mia era che per me un aereo militare merita di essere acquistato se e soltanto se serve alle esigenze dell’Aeronautica; i miei critici, invece, erano convinti che dovesse servire all’industria italiana e all’integrazione dell’Europa. Rispondendo a quei due requisiti, doveva essere comprato anche se non particolarmente necessario alla nostra forza aerea. Vanamente tentai di far comprendere che scavare buche nei campi da tennis per poi farle riempire “crea” lavoro sia per i “buchisti” sia per i “copribuchisti” ma che non per questo fa l’interesse dell’economia nazionale. Costruire parti di un aereo è conveniente per chi quelle parti produce, ma acquistare un mezzo militare che non serve alle Forze armate significa sprecare risorse che potrebbero essere impiegate altrimenti.
Noi non acquistiamo un prodotto per fare un piacere a chi lo vende, ma perché lo riteniamo utile e conveniente. Gli acquisti non si fanno perché convengono a questo o a quel produttore, ma perché l’acquirente è convinto dell’utilità del prodotto e della sua economicità. Fuor di metafora, è l’industria che dev’essere al servizio della Difesa, non il contrario. Non vi pare? Quanto all’integrazione europea, è vero che la Difesa è un tipico “bene pubblico europeo” – un obiettivo che può essere perseguito più efficacemente a livello europeo che non a livello nazionale – ma non si vede perché la produzione di un aereo per altri versi antieconomica dovrebbe giovare alla difesa dell’Europa. Né mi è chiaro perché mai una difesa europea implichi necessariamente la necessità di un’industria europea della difesa, autonoma rispetto a quelle di altri paesi. Se, per esempio, un aereo militare può essere acquistato da paesi non europei a condizioni più favorevoli di quanto non siano quelle di uno prodotto in Europa, optare per questa seconda ipotesi significa solo sprecare risorse.
L’esempio più clamoroso è offerto dalla vicenda dell’Eurofighter o Typhoon, un intercettore puro ideato all’inizio degli anni 80 per contrastare la superiorità del Mig 29 dell’Unione sovietica. Quest’ultima non esiste più e il suo eccellente intercettore è ormai divenuto pezzo da collezione, ma il consorzio europeo dell’Eurofighter esiste ancora e l’Italia, per decisione del governo D’Alema, si è impegnata ad acquistarne 122 esemplari! Ognuno di questi costa quasi dieci volte più di un F16 americano e non ne ha le capacità: l’F16 è anche un bombardiere che può fare uso di Pgm (“precision guided munitions”, le cosiddette bombe intelligenti), mentre l’aereo europeo è soltanto un intercettore, un caccia. Ha senso produrre in Europa a un costo di dieci volte superiore un aereo inferiore? A me non sembra.
Può darsi, tuttavia, che dal 2006 a oggi l’inferiorità dell’aereo europeo rispetto a quello americano sia stata eliminata e devo anche riconoscere che si tratta di una splendida macchina (l’ho anche pilotato!), ma dubito che gli artigiani del nord-est e i contribuenti considerino un buon affare pagare tasse per finanziare sprechi. Il vero europeista non è chi in nome dell’Europa sacrifica gli interessi del suo paese. L’europeismo autentico è, viceversa, basato sulla convinzione che un’Europa unita consenta di realizzare meglio l’interesse nazionale.
Tornando all’aereo francese, anche se confesso che mi asterrò dal pianto nel caso in cui non fosse prodotto, devo ammettere che provo sincera gratitudine nei suoi confronti. Grazie ad esso, credo di potere con tutta serenità affermare di essere stato il primo ministro della Difesa al mondo a rifiutare un mezzo militare che il suo governo gli offriva. In genere accade il contrario: il ministro chiede per le Forze armate qualcosa che, per una ragione qualsiasi, il governo si rifiuta di concedergli! Ma come riuscii a ottenere quell’esito? Dopo qualche tempo, la presidenza del Consiglio decise che si doveva mettere la parola fine a una vicenda durata anche troppo a lungo. Venne così convocata una riunione cui presero parte il presidente del Consiglio, il sottosegretario alla presidenza, il vicepresidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e quelli dell’Economia, Attività produttive, Affari europei, e io. Giulio Tremonti disse che non era contrario all’A400M e, quando gli rinfacciai la stranezza di negare alla Difesa un miliardo di lire per la manutenzione dell’aeroporto di Pristina e poi dirsi disposti a sborsarne un gran numero per qualcosa che gli interessati reputavano non necessario, abbandonò la riunione.
Antonio Marzano si limitò a sostenere quanto era ovvio: se la Difesa dice che ne può fare a meno, non si vede perché si debba acquistare. Ruggiero dichiarò che non difendeva il progetto per ragioni militari né per europeismo ma per ragioni di politica industriale: partecipare era nell’interesse dell’industria italiana ed europea. Gianfranco Fini osservò che se perfino l’“imbelle” Lussemburgo partecipava, l’Italia non poteva restare fuori. Fu a questo punto che lasciai cadere l’osservazione che un ministro italiano aveva avuto l’onestà e lo scrupolo di informare la presidenza del Consiglio di avere ricevuto l’offerta di una percentuale sull’affare se avesse convinto il governo ad aderire. Fu come se avessi sganciato una bomba: Fini mi accusò di essere un irresponsabile, Ruggiero dichiarò con forza che non si sarebbe mai più occupato della questione e così via. La riunione si concluse con la vittoria della mia tesi.
Morale: le frodi e il malaffare connessi alle forniture militari risalgono alla notte dei tempi e il problema, temo, non ha una soluzione infallibile in tutti i casi. In questa, come in molte altre circostanze, non sarebbe male se gli interessati avessero a cuore la Difesa, che è la sola ragion d’essere dello stato, l’unico presidio alle nostre libertà e la nostra ragione di speranza nel futuro.
di Antonio Martino
© - FOGLIO QUOTIDIANO
31 gennaio 2010
lunedì 22 marzo 2010
ENDORSEMENT? NO GRAZIE
Ho letto gli articoli pubblicati dall’amico Riccardo Rinaldi e, come scritto in un commento al primo articolo, continuo a non essere d’accordo sulle ragioni espresse a favore di un endorsement personale per quelli che Rinaldi considera “i meno peggio”.
Preciso, per coloro che leggono il blog della nostra associazione, che le opinioni espresse dalle pagine del blog sono opinioni personali e non coinvolgono il Centro Studi Liberali Benedetto Croce che è un’associazione culturale, non legata ad alcun partito, e che vanta tra i suoi iscritti persone che votano partiti di destra, di centro, di sinistra e anche chi non vota affatto.
Entrando nel merito delle tesi di Rinaldi circa queste elezioni regionali, noto due importanti difetti: 1) il primo riguarda la tipologia di delega che diamo in questa tornata che non riguarda i temi della fiscalità o della immigrazione che sono competenze del governo centrale. Se guardiamo i bilanci, le Regioni sono soggetti che prevalentemente si occupano di Sanità e Agricoltura e sono titolari dei fondi europei. Il voto sulle regionali dovrebbe quindi essere indirizzato su questi temi e non su quelli di fiscalità e immigrazione. Vorrei sapere come i canditati Presidenti e come i candidati Consiglieri vogliono rendere la mia regione la migliore nelle statistiche sui servizi che questa eroga. Solo così posso andare a votare, magari senza avere la risposta che avrei voluto ascoltare, ma scegliendo quella ritenuta migliore tra quelle esposte.
2) il secondo errore, secondo me è quello di invitare a votare chi dice una cosa e invece ne fa un’altra. Questo, secondo me, è premiare chi non rispetta i patti, premiare l'inaffidabilità di chi governa, di chi si muove sul piano politico quasi esclusivamente per interesse privato a danno della grande maggioranza dei contribuenti. Votare turandosi il naso ha permesso che l'Italia diventasse il paese europeo più indebitato, con la corruzione più alta, con il tasso di sviluppo più basso, con la burocrazia più ingombrante e alla pressione fiscale più elevata. Siamo il paese con il minor senso civico e dello Stato e con il sistema democratico più traballante (ci stiamo rendendo conto che ormai ad ogni tornata elettorale si cambiano le regole del gioco a seconda delle posizioni vantaggio o svantaggio dei contendenti). E poi...siamo sicuri che il PDL "predichi bene"?
Votare è un diritto che vorrei esercitare senza dovermi turare il naso per scegliere il meno peggio. Possibile che nessuno di noi possa aspirare a qualcosa di meglio?. Da semplice liberale (senza definirmi autentico) mi permetto di dubitare dei maestri, anche di Indro Montanelli. Inoltre, lo stesso Montanelli, fece questa dichiarazione, che non condivido, in un periodo molto particolare: gli avevano da poco sparato alle gambe e si profilava in Italia un bel regime, stato di polizia da una parte e rivoluzione proletaria dall’altra e forse non si poteva andare troppo per il sottile.
Mi permetto inoltre di esprimere un’opinione anch’essa personale: La posizione della Lega Nord in tema di immigrazione non può essere considerata liberale (“autenticamente liberale” direbbe Riccado Rinaldi). La posizione liberale è quella di Milton Friedman che diceva: “gli immigrati hanno due braccia ed una sola bocca, quindi sono una risorsa per il paese”. Gli immigrati sono in genere le persone più capaci dei paesi di provenienza, retti spesso da dittature o paesi dove si fa la fame vera. Sono persone che cercano la fortuna dove le condizioni lo permettono. La clandestinità è nella stragrande maggioranza di casi un problema indotto da leggi proibizioniste (e il proibizionismo non è liberale). In Italia inoltre abbiamo un problema in più… dato che non riusciamo a tenere i nostri giovani migliori che debbono sempre più spesso cercare fortuna all’estero (nuovi emigrati), non riusciamo ad attrarre cervelli stranieri ma solo persone che debbono occuparsi di lavori umili che gli italiani non vogliono più fare. Il saldo è negativo (esportiamo cervelli, importiamo manodopera) ma le ricette della Lega, purtroppo, non sono quelle che ci faranno fare il salto in avanti.
Caro Riccardo, ci vuole coraggio! Mettiamoci in pista e smettiamola di turarci il naso, altrimenti si determina una situazione rischiosa. Quella di vedere posizioni liberali anche dove non ci sono e poi ci convinciamo che lo siano solo perché espresse da una parte politica che usa la parola “libertà” negli slogan. Così funziona la pubblicità commerciale!
Cerchiamo invece di fare noi proposte, trovare degli interlocutori politici affidabili che le possano portare avanti, richiamarli all’ordine quando non rispettano gli impegni. Questa credo sia la democrazia (anche se non liberale). Su questo si dovrebbe fondare il principio della delega del potere. Altrimenti parliamo di tifo politico, di arbitrio. In altre parole è su questo che si esercita uno dei diritti del cittadino che altrimenti rischia di essere semplicemente un suddito. (di CLAUDIO FERRETTI)
Preciso, per coloro che leggono il blog della nostra associazione, che le opinioni espresse dalle pagine del blog sono opinioni personali e non coinvolgono il Centro Studi Liberali Benedetto Croce che è un’associazione culturale, non legata ad alcun partito, e che vanta tra i suoi iscritti persone che votano partiti di destra, di centro, di sinistra e anche chi non vota affatto.
Entrando nel merito delle tesi di Rinaldi circa queste elezioni regionali, noto due importanti difetti: 1) il primo riguarda la tipologia di delega che diamo in questa tornata che non riguarda i temi della fiscalità o della immigrazione che sono competenze del governo centrale. Se guardiamo i bilanci, le Regioni sono soggetti che prevalentemente si occupano di Sanità e Agricoltura e sono titolari dei fondi europei. Il voto sulle regionali dovrebbe quindi essere indirizzato su questi temi e non su quelli di fiscalità e immigrazione. Vorrei sapere come i canditati Presidenti e come i candidati Consiglieri vogliono rendere la mia regione la migliore nelle statistiche sui servizi che questa eroga. Solo così posso andare a votare, magari senza avere la risposta che avrei voluto ascoltare, ma scegliendo quella ritenuta migliore tra quelle esposte.
2) il secondo errore, secondo me è quello di invitare a votare chi dice una cosa e invece ne fa un’altra. Questo, secondo me, è premiare chi non rispetta i patti, premiare l'inaffidabilità di chi governa, di chi si muove sul piano politico quasi esclusivamente per interesse privato a danno della grande maggioranza dei contribuenti. Votare turandosi il naso ha permesso che l'Italia diventasse il paese europeo più indebitato, con la corruzione più alta, con il tasso di sviluppo più basso, con la burocrazia più ingombrante e alla pressione fiscale più elevata. Siamo il paese con il minor senso civico e dello Stato e con il sistema democratico più traballante (ci stiamo rendendo conto che ormai ad ogni tornata elettorale si cambiano le regole del gioco a seconda delle posizioni vantaggio o svantaggio dei contendenti). E poi...siamo sicuri che il PDL "predichi bene"?
Votare è un diritto che vorrei esercitare senza dovermi turare il naso per scegliere il meno peggio. Possibile che nessuno di noi possa aspirare a qualcosa di meglio?. Da semplice liberale (senza definirmi autentico) mi permetto di dubitare dei maestri, anche di Indro Montanelli. Inoltre, lo stesso Montanelli, fece questa dichiarazione, che non condivido, in un periodo molto particolare: gli avevano da poco sparato alle gambe e si profilava in Italia un bel regime, stato di polizia da una parte e rivoluzione proletaria dall’altra e forse non si poteva andare troppo per il sottile.
Mi permetto inoltre di esprimere un’opinione anch’essa personale: La posizione della Lega Nord in tema di immigrazione non può essere considerata liberale (“autenticamente liberale” direbbe Riccado Rinaldi). La posizione liberale è quella di Milton Friedman che diceva: “gli immigrati hanno due braccia ed una sola bocca, quindi sono una risorsa per il paese”. Gli immigrati sono in genere le persone più capaci dei paesi di provenienza, retti spesso da dittature o paesi dove si fa la fame vera. Sono persone che cercano la fortuna dove le condizioni lo permettono. La clandestinità è nella stragrande maggioranza di casi un problema indotto da leggi proibizioniste (e il proibizionismo non è liberale). In Italia inoltre abbiamo un problema in più… dato che non riusciamo a tenere i nostri giovani migliori che debbono sempre più spesso cercare fortuna all’estero (nuovi emigrati), non riusciamo ad attrarre cervelli stranieri ma solo persone che debbono occuparsi di lavori umili che gli italiani non vogliono più fare. Il saldo è negativo (esportiamo cervelli, importiamo manodopera) ma le ricette della Lega, purtroppo, non sono quelle che ci faranno fare il salto in avanti.
Caro Riccardo, ci vuole coraggio! Mettiamoci in pista e smettiamola di turarci il naso, altrimenti si determina una situazione rischiosa. Quella di vedere posizioni liberali anche dove non ci sono e poi ci convinciamo che lo siano solo perché espresse da una parte politica che usa la parola “libertà” negli slogan. Così funziona la pubblicità commerciale!
Cerchiamo invece di fare noi proposte, trovare degli interlocutori politici affidabili che le possano portare avanti, richiamarli all’ordine quando non rispettano gli impegni. Questa credo sia la democrazia (anche se non liberale). Su questo si dovrebbe fondare il principio della delega del potere. Altrimenti parliamo di tifo politico, di arbitrio. In altre parole è su questo che si esercita uno dei diritti del cittadino che altrimenti rischia di essere semplicemente un suddito. (di CLAUDIO FERRETTI)
domenica 21 marzo 2010
ELEZIONI REGIONALI MENO UNA SETTIMANA
Dunque c’eravamo lasciati a tre settimane dalla elezioni regionali con il ragionamento “turiamoci il naso e andiamo a votare per uno schieramento” sulla base della dicotomia tasse bellissime – tasse odiose.
Ma all’interno dello schieramento di centro destra si trovano posizioni eterogenee su vari argomenti ed allora proviamo a prenderne uno e ad analizzarlo con la nostra speciale lente liberale.
In questi giorni tutti parlano di giustizia, di informazione, di crisi economica, ma io preferisco affrontare il tema della immigrazione perché forse è quello in realtà davvero più percepito dalla gente, nonostante le distrazioni causate dagli ultimi fatti di cronaca (corruzione, intercettazioni ed escort di turno).
Accetto la sfida di parlare di immigrazione allettato anche dal fatto che ogni liberale che si rispetti si trova un po’ spiazzato davanti al tema della globalizzazione e del significato prevalentemente dispregiativo con il quale viene affrancato da tanti .
La globalizzazione invece presuppone una estensione del principio di libero scambio per merci, capitali e persone dovunque, in ogni parte del mondo e quindi, a prima vista, una perfetta ricetta di liberalismo puro.
Voglio dimostrare che in realtà questo è un argomento ostico per un liberale vero, al di là delle apparenze, e va sciolto attraverso ragionamenti sopraffini, per nulla banali.
Non ci si ricorda mai abbastanza di quel titolo del capolavoro di Frederic Bastiat “Quel che si vede e quel che non si vede” nel quale già a metà ottocento si metteva in guardia il popolo sprovveduto rispetto ai giochi di illusionismo al quale il potere di allora ricorreva per spacciare liberalismo falso per liberalismo vero.
L’immigrazione oggi è esplosa come un fenomeno mondiale all’apparenza inarrestabile che riguarda tutti i paesi sviluppati, specie se confinanti con paesi in via di sviluppo.
Non ci occuperemo del diritto di asilo per ragioni umanitarie, ma solo delle accoglienze promosse da semplici fattori economici, cioè povertà verso ricchezza.
Il punto di vista liberale afferma che ogni forma di sviluppo della competizione procura un incremento della ricchezza delle nazioni che va a beneficio di tutti, anche delle classi più deboli e che a marcare le differenze tra gli individui deve essere l’impegno e il merito personale.
Quindi alle fondamenta sta sempre il principio della libera competizione, se non c’è quello il sistema non può considerarsi liberale.
Applicato al tema della immigrazione significa che essa è benefica se va ad alimentare il meccanismo concorrenziale in una società già di per se concorrenziale.
Ma è questo il caso dell’Italia e in generale dei principali paesi dell’occidente?
Riflettiamo.
L’immigrazione in Italia è concentrata in una ben precisa nicchia di lavoro: quello che gli Italiani rifiutano di fare.
Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di badanti, di addetti alle pulizie, di raccoglitori di prodotti agricoli, di manovali non specializzati, di facchini etc.
Questi lavoratori cioè non vanno a modificare il grado di efficienza con il quale vengono prodotti determinati servizi, ma vanno semplicemente a sostituire intere classi di lavoratori indigeni i quali rivolgono altrove i loro interessi.
L’immigrazione italiana è prevalentemente illegale e alimenta le attività esercitate “in nero” con tutte le conseguenze che si immaginano in termini di sicurezza sul lavoro, di evasione fiscale, per non parlare poi di sleale concorrenza che non può neppure chiamarsi più tale quanto legge della Jungla.
Gli Italiani che rifiutano i suddetti lavori in blocco, in realtà per la stragrande maggioranza vanno ad ingrossare le fila di coloro che approfittano del colabrodo del sistema sociale il quale garantisce un fondo di sussistenza a tutti purchè siano cittadini italiani.
In molte regioni d’Italia poi vengono procacciate braccia al sistema malavitoso o in generale a quel mondo di nullafacenti che vivono di espedienti per truffare lo Stato prima di tutto e talvolta la gente onesta.
Insomma l’arrivo di immigrazione tutta concentrata in determinate classi di lavoratori non produce leale concorrenza, ma fornisce unicamente manovalanza a basso costo e sposta tutta una massa di cittadini italiani verso fasce sociali che a loro volta non producono concorrenza.
Il problema della sicurezza sociale si acuisce quindi per gli effetti concomitanti della delinquenza importata dall’esterno e quella indotta verso l’interno.
Sorgono così gravi effetti sul sentimento di sicurezza e benessere che ad un certo punto diventa socialmente insostenibile.
Non va poi dimenticato che l’Italia soffre di una grave sindrome per cui buona parte dei suoi lavoratori operano in regime di totale protezione (dipendenti pubblici, quelli ufficiali e quelli assimilabili, poi ordini professionali etc.), con la conseguenza che per questi l’effetto immigrazione non è neppure avvertibile in senso di evoluzione concorrenziale.
Anzi per essi diventa solo un problema sociale e un problema di convivenza.
Per tutte queste ragioni si comprende che il punto di vista liberale sul tema della immigrazione dovrebbe, a mio avviso, pretendere che ogni ingresso nel nostro paese debba essere regolamentato.
Anzi devono valere in modo rigido i meccanismi di contingentamento con una caratteristica peculiare: dovrebbero essere spalmati su un più ampio ventaglio di categorie di lavoratori, non cioè solo verso quelli attualmente interessati (badanti etc.)
Per fare ciò si potrebbe organizzare presso le ambasciate dei paesi più poveri scuole di qualificazione (finanziate dall’Italia) alle quali dovrebbero accedere i giovani del posto con il doppio obiettivo di andare a pescare lì i possibili lavoratori immigrati e comunque lasciare alla Nazione in via di sviluppo una massa di giovani scolarizzati e qualificati a spese dell’Italia.
Questo sì che sarebbe un serio metodo per aiutare i popoli bisognosi e promuovere allo stesso tempo vantaggi anche in patria.
Cioè l’immigrazione deve avere due caratteristiche; essere regolamentata (e quindi non clandestina) e deve coprire tutte le tipologie di lavoro per migliorare, attraverso la competizione, le prestazioni lavorative stesse e di conseguenza i prodotti e i servizi che se ne ricavano.
Naturalmente tutto questo sta agli antipodi di qualsiasi forma di protezionismo che a parole tutti dichiarano di rifiutare.
In conclusione a me sembra che le riflessioni alle quali sono stato portato seguendo il filo del pensiero liberale coincidono in modo abbastanza preciso con le idee sostenute da tempo dalla Lega Nord.
Creare legislativamente un regime di ingressi regolamentati che vadano a favorire la libera concorrenza per molte classi di lavoro rappresenta un obiettivo auspicabile e per niente razzista.
Lo definirei forse pragmatico, ma non razzista, anzi la preoccupazione di favorire la formazione di lavoratori presso i paesi terzi mi sembra invece piuttosto generoso e comunque reciprocamente conveniente.
Per tutte queste ragioni non trovo in contrasto la posizione liberale rispetto a quella politicamente sostenuta con vigore dalla Lega Nord sul fenomeno dell’immigrazione, purchè la Lega Nord sia disposta ad accettare il contingentamento di ingressi anche per le altre categorie di lavoratori oggi immuni e respinga ogni tentazione protezionistica .
Scritto da Riccardo Rinaldi
Ma all’interno dello schieramento di centro destra si trovano posizioni eterogenee su vari argomenti ed allora proviamo a prenderne uno e ad analizzarlo con la nostra speciale lente liberale.
In questi giorni tutti parlano di giustizia, di informazione, di crisi economica, ma io preferisco affrontare il tema della immigrazione perché forse è quello in realtà davvero più percepito dalla gente, nonostante le distrazioni causate dagli ultimi fatti di cronaca (corruzione, intercettazioni ed escort di turno).
Accetto la sfida di parlare di immigrazione allettato anche dal fatto che ogni liberale che si rispetti si trova un po’ spiazzato davanti al tema della globalizzazione e del significato prevalentemente dispregiativo con il quale viene affrancato da tanti .
La globalizzazione invece presuppone una estensione del principio di libero scambio per merci, capitali e persone dovunque, in ogni parte del mondo e quindi, a prima vista, una perfetta ricetta di liberalismo puro.
Voglio dimostrare che in realtà questo è un argomento ostico per un liberale vero, al di là delle apparenze, e va sciolto attraverso ragionamenti sopraffini, per nulla banali.
Non ci si ricorda mai abbastanza di quel titolo del capolavoro di Frederic Bastiat “Quel che si vede e quel che non si vede” nel quale già a metà ottocento si metteva in guardia il popolo sprovveduto rispetto ai giochi di illusionismo al quale il potere di allora ricorreva per spacciare liberalismo falso per liberalismo vero.
L’immigrazione oggi è esplosa come un fenomeno mondiale all’apparenza inarrestabile che riguarda tutti i paesi sviluppati, specie se confinanti con paesi in via di sviluppo.
Non ci occuperemo del diritto di asilo per ragioni umanitarie, ma solo delle accoglienze promosse da semplici fattori economici, cioè povertà verso ricchezza.
Il punto di vista liberale afferma che ogni forma di sviluppo della competizione procura un incremento della ricchezza delle nazioni che va a beneficio di tutti, anche delle classi più deboli e che a marcare le differenze tra gli individui deve essere l’impegno e il merito personale.
Quindi alle fondamenta sta sempre il principio della libera competizione, se non c’è quello il sistema non può considerarsi liberale.
Applicato al tema della immigrazione significa che essa è benefica se va ad alimentare il meccanismo concorrenziale in una società già di per se concorrenziale.
Ma è questo il caso dell’Italia e in generale dei principali paesi dell’occidente?
Riflettiamo.
L’immigrazione in Italia è concentrata in una ben precisa nicchia di lavoro: quello che gli Italiani rifiutano di fare.
Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di badanti, di addetti alle pulizie, di raccoglitori di prodotti agricoli, di manovali non specializzati, di facchini etc.
Questi lavoratori cioè non vanno a modificare il grado di efficienza con il quale vengono prodotti determinati servizi, ma vanno semplicemente a sostituire intere classi di lavoratori indigeni i quali rivolgono altrove i loro interessi.
L’immigrazione italiana è prevalentemente illegale e alimenta le attività esercitate “in nero” con tutte le conseguenze che si immaginano in termini di sicurezza sul lavoro, di evasione fiscale, per non parlare poi di sleale concorrenza che non può neppure chiamarsi più tale quanto legge della Jungla.
Gli Italiani che rifiutano i suddetti lavori in blocco, in realtà per la stragrande maggioranza vanno ad ingrossare le fila di coloro che approfittano del colabrodo del sistema sociale il quale garantisce un fondo di sussistenza a tutti purchè siano cittadini italiani.
In molte regioni d’Italia poi vengono procacciate braccia al sistema malavitoso o in generale a quel mondo di nullafacenti che vivono di espedienti per truffare lo Stato prima di tutto e talvolta la gente onesta.
Insomma l’arrivo di immigrazione tutta concentrata in determinate classi di lavoratori non produce leale concorrenza, ma fornisce unicamente manovalanza a basso costo e sposta tutta una massa di cittadini italiani verso fasce sociali che a loro volta non producono concorrenza.
Il problema della sicurezza sociale si acuisce quindi per gli effetti concomitanti della delinquenza importata dall’esterno e quella indotta verso l’interno.
Sorgono così gravi effetti sul sentimento di sicurezza e benessere che ad un certo punto diventa socialmente insostenibile.
Non va poi dimenticato che l’Italia soffre di una grave sindrome per cui buona parte dei suoi lavoratori operano in regime di totale protezione (dipendenti pubblici, quelli ufficiali e quelli assimilabili, poi ordini professionali etc.), con la conseguenza che per questi l’effetto immigrazione non è neppure avvertibile in senso di evoluzione concorrenziale.
Anzi per essi diventa solo un problema sociale e un problema di convivenza.
Per tutte queste ragioni si comprende che il punto di vista liberale sul tema della immigrazione dovrebbe, a mio avviso, pretendere che ogni ingresso nel nostro paese debba essere regolamentato.
Anzi devono valere in modo rigido i meccanismi di contingentamento con una caratteristica peculiare: dovrebbero essere spalmati su un più ampio ventaglio di categorie di lavoratori, non cioè solo verso quelli attualmente interessati (badanti etc.)
Per fare ciò si potrebbe organizzare presso le ambasciate dei paesi più poveri scuole di qualificazione (finanziate dall’Italia) alle quali dovrebbero accedere i giovani del posto con il doppio obiettivo di andare a pescare lì i possibili lavoratori immigrati e comunque lasciare alla Nazione in via di sviluppo una massa di giovani scolarizzati e qualificati a spese dell’Italia.
Questo sì che sarebbe un serio metodo per aiutare i popoli bisognosi e promuovere allo stesso tempo vantaggi anche in patria.
Cioè l’immigrazione deve avere due caratteristiche; essere regolamentata (e quindi non clandestina) e deve coprire tutte le tipologie di lavoro per migliorare, attraverso la competizione, le prestazioni lavorative stesse e di conseguenza i prodotti e i servizi che se ne ricavano.
Naturalmente tutto questo sta agli antipodi di qualsiasi forma di protezionismo che a parole tutti dichiarano di rifiutare.
In conclusione a me sembra che le riflessioni alle quali sono stato portato seguendo il filo del pensiero liberale coincidono in modo abbastanza preciso con le idee sostenute da tempo dalla Lega Nord.
Creare legislativamente un regime di ingressi regolamentati che vadano a favorire la libera concorrenza per molte classi di lavoro rappresenta un obiettivo auspicabile e per niente razzista.
Lo definirei forse pragmatico, ma non razzista, anzi la preoccupazione di favorire la formazione di lavoratori presso i paesi terzi mi sembra invece piuttosto generoso e comunque reciprocamente conveniente.
Per tutte queste ragioni non trovo in contrasto la posizione liberale rispetto a quella politicamente sostenuta con vigore dalla Lega Nord sul fenomeno dell’immigrazione, purchè la Lega Nord sia disposta ad accettare il contingentamento di ingressi anche per le altre categorie di lavoratori oggi immuni e respinga ogni tentazione protezionistica .
Scritto da Riccardo Rinaldi
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