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giovedì 16 dicembre 2010

Intervista a Piero Ostellino del 16.12.10


INTERVISTA A PIERO OSTELLINO

«Berlusconi vada in parlamento e spieghi perché dal 1994 a oggi non è riuscito a fare le riforme che aveva promesso, così come non ci sono riusciti i vari governi di centrosinistra. La crisi è molto più profonda di quanto possa apparire, le corporazioni bloccano il Paese e per affrontarla occorre trasformare radicalmente le istituzioni italiane». Ad affermarlo è Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, intervistato da IlSussidiario.net. Per il commentatore «l’Italia è in una situazione disastrosa e l’unica istituzione a dimostrarsi ancora dinamica è la Chiesa. Al contrario, gli scontri di piazza a Roma rivelano che la società italiana è ferma all’epoca fascista: o lo Stato ci garantisce il posto fisso, oppure spacchiamo tutto».


Ostellino, che cosa dovrebbe fare Berlusconi dopo il voto di fiducia di martedì?

Andare in parlamento e spiegare perché non è riuscito a realizzare prima le cose che aveva promesso: ridurre la spesa pubblica e la tassazione, riformare la giustizia, realizzare la rivoluzione liberale insomma.


Quindi la responsabilità di quanto è avvenuto sarebbe di Berlusconi?

Non sto dicendo questo. Nel 1994 lui è arrivato e ha promesso la rivoluzione liberale. Poi è tornato al governo altre due volte, e ogni volta ha riformulato lo stesso impegno. E allora perché non lo mantiene? Ma non è solo un problema del centrodestra. Chiunque sia al governo in Italia non riesce a governare, si tratta quindi di cambiare le istituzioni. Evidentemente se nessuno si pone il problema è perché questa situazione va bene a tutti. E questo vale per il centrosinistra come per Berlusconi, vale per chiunque vada al governo.


La soluzione potrebbe essere un allargamento della maggioranza?

Ammettiamo pure che Berlusconi allarghi la maggioranza all’Udc e recuperi una serie di parlamentari del Fli. Si ricostituisce il centrodestra originario, che finora non è riuscito a fare le riforme. E non si capisce perché dovrebbe riuscirci adesso.


Quali sono i nodi irrisolti della politica italiana?

Gli stessi di tutta l’Europa, Germania esclusa. E’ in crisi lo Stato moderno, lo Stato sociale non regge più. Ci dà troppo rispetto a quello che potrebbe permettersi e ci prende troppo rispetto a quello che gli spetta.


Secondo lei chi ha impedito a Berlusconi di fare le riforme? E’ stato Fini?

Il problema è più profondo. Il Paese è diviso. E chi lo governa non sono le istituzioni, ma le corporazioni che hanno i loro rappresentanti nell’esecutivo e nel parlamento. Andrebbe quindi cambiata la struttura del Paese. Se gli ordini professionali impediscono o rallentano l’accesso al lavoro dei giovani, la soluzione sarebbe molto semplice: si abolisce il valore legale del titolo e a quel punto anche gli ordini professionali non hanno più ragione d’essere. Questa era una riforma semplicissima, perché non è stata fatta?


Forse perché gli ordini professionali hanno impedito che la si facesse…

E allora, centrodestra e centrosinistra, che cosa ci vanno a fare al governo se poi non governano? Se gli esecutivi non hanno questa capacità di direzione, e sono guidati da un burattinaio che li manovra a suo piacimento, allora non siamo più una democrazia liberale.


E chi è questo burattinaio?

Oltre agli ordini professionali, c’è la magistratura, che ormai è una corporazione che pensa solo a se stessa. Eppure i vari governi che si sono succeduti non sono stati in grado di fare una riforma. Ma anche i sindacati e Confindustria. In questi giorni Marchionne ha rotto con Confindustria, affermando che d’ora in poi la Fiat i contratti se li farà da sé. Trovo che abbia pienamente ragione. Se i contratti fossero diversi tra Como e Lecce, dove il costo della vita è molto differente, gli imprenditori delocalizzerebbero in Puglia, e non in Slovenia.


E il burattinaio che manda i black bloc in piazza, chi è?

Chi ci sia dietro non lo so. Quello che ho visto martedì erano dei giovanotti che con le mazze cercavano di distruggere dei bancomat. O questi sono dei delinquenti, e come tali vanno messi in galera, o sono dei cretini e dei menomati psichici. Sono le uniche definizioni per chi crede di andare a fare la rivoluzione distruggendo tutto, e sarebbe ora che qualcuno finalmente lo dicesse. E tutto questo nasce da un grande equivoco.


Quale?

L’equivoco tra liberalismo e pluralismo. Chi governa non è più in grado di fare nulla, se non concordandolo con ogni singolo gruppo o corporazione che viene toccata da quello che il governo fa. Chi era in piazza martedì era contro la legge, e non soltanto perché spaccava tutto, ma per una ragione più profonda. La maggioranza parlamentare ha il diritto di fare delle scelte, come la riforma dell’università, negarlo è opporsi alla nostra Costituzione.


Chi le ricordavano i manifestanti violenti?

Dei giovani fascisti, che pretendono che lo Stato assicuri loro il posto fisso. Mi dispiace, il compito dello Stato non è questo. E la risposta non può essere quindi quella di prendere i bancomat a martellate. Quanto avvenuto martedì dimostra che questo è un Paese fascista e che è rimasto fascista. E questo condannerà l’Italia a diventare il Paraguay d’Europa: un piccolo Paese che non conta niente. E’ dal 1500 che ci stiamo avviando su questa china, era molto meglio quando c’erano i Comuni e le Signorie.


Quale può essere la situazione?

Una forma di governo simile alla quinta Repubblica introdotta in Francia da Charles De Gaulle.


In questo quadro desolante per le istituzioni italiane, come valuta il ruolo della Chiesa?

La Chiesa, pur essendo per ragioni storiche obiettive uno dei poteri più tradizionali, è l’istituzione che ha dimostrato il maggiore dinamismo. Sia quello di Giovanni Paolo II, sia quello di Benedetto XVI sono stati dei pontificati molto dinamici. Basti vedere come è stata ripensata la questione del rapporto tra fede e ragione, a partire dall’apporto di alcuni filosofi come Tommaso d’Aquino. O al modo coraggiosissimo con cui Ratzinger ha posto il problema dei pedofili nella Chiesa. Con un’energia che purtroppo né lo Stato né la politica hanno avuto.

POST inserito da Riccardo Rinaldi

venerdì 12 novembre 2010

IL MONDO DI MARIO PANNUNZIO - ANCONA 23 NOVEMBRE ORE 17,30 AULA DEL RETTORATO - PIAZZA ROMA 22

Il Centro Studi Liberali Benedetto Croce di Ancona, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona, onorerà la figura  dell’insigne giornalista liberale, Mario Pannunzio, fondatore e direttore del famoso settimanale politico Il Mondo con la presentazione del libro di Pier Franco Quaglieni, dal titolo “Mario Pannunzio: da Longanesi al Mondo”. che verrà presentato a Ancona martedì 23 novembre, alle ore 17,30, presso la sede del Rettorato dell’Università di Ancona in Piazza Roma n. 22.
Pier Franco Quaglieni è autore di molti saggi storici. Insieme ad Arrigo Olivetti e Mario Soldati è stato fondatore del Centro Pannunzio di Torino, di cui è attualmente direttore.
Nato a Lucca nel 1910 ed emigrato a Roma durante l’adolescenza, Mario Pannunzio dopo l'armistizio del '43, partecipò alla resistenza e insieme ad altri amici fondò il Partito Liberale. Nel ‘49 fondò Il Mondo, che s'impose come uno dei giornali più nuovi nel panorama italiano. Nel dicembre del 1955 fu tra i fondatori del Partito radicale, inizialmente denominato Partito Radicale dei Democratici e dei Liberali Italiani, insieme a Alberto Mondadori, Arrigo Olivetti, Marco Pannella, Eugenio Scalfari e Paolo Ungari
Il grande prestigio del “Mondo” spiega il numero e la qualità di collaboratori italiani e stranieri. Un giornale che ha fatto storia, che ha caratterizzato il dibattito politico e culturale con un grande senso della laicità, dando spazio ad opinioni politiche diverse, in un momento, il dopoguerra, che era caratterizzato da difficoltà di dialogo.
Il Mondo" è stato un settimanale di politica e cultura pubblicato a Roma negli anni 1949-66. Fondatore e direttore ne fu Mario Pannunzio che gli conferì una costante linea di impegno civile e di totale indipendenza rispetto al potere politico ed economico. Redattore capo fu Ennio Flaiano.
"Il Mondo" nacque dall'incontro della cultura crociana con quella salveminiana ed einaudiana ed ebbe tra i suoi collaboratori più importanti Ernesto Rossi, Carlo Antoni, Vittorio De Caprariis, Nicolò Carandini, Luigi Salvatorelli, Ugo La Malfa, Arturo Carlo Jemolo, Giovanni Spadolini, Aldo Garosci, Vittorio Gorresio.
L'obiettivo che il giornale cercò di realizzare fu quello di una terza forza liberale, democratica e laica, capace di inserirsi come alternativa ai due grandi blocchi, nati in Italia dalle elezioni del 1948, quello marxista e quello democristiano. L'impegno anticomunista de "Il Mondo" fu esemplare perché condotto in nome della libertà e non della difesa di privilegi economici precostituiti.
A partire dal 1955 Pannunzio organizzò i "Convegni del Mondo" come risposta laica all'arretratezza settaria dei marxisti e alla crisi del centrismo in Italia. Essi affrontarono temi come la lotta ai monopoli, i problemi della scuola, dell'energia elettrica e del nucleare, dei rapporti tra Stato e Chiesa, dell'economia e della borsa, dell'unificazione europea.
"Il Mondo" ebbe notevole importanza soprattutto sul piano culturale, in quanto fu la prima grande rivista di cultura stampata in rotocalco, rivolta quindi ad un pubblico notevolmente più ampio di quello tradizionale. Oltre a Croce, Salvemini ed Einaudi, collaborarono a "Il Mondo" scrittori come Mann ed Orwell, Moravia e Brancati, Soldati e Flaiano, Tobino e Comisso.
Sul versante non marxista e laico della cultura italiana "Il Mondo" rappresentò l'unica voce importante estranea agli schematismi politici e culturali allora predominanti. Il suo antifascismo fu sempre vivo e costante, la sua laicità mai astiosa, il suo fermo anticomunismo mai preconcetto. Fu accusato di essere élitario, espressione di un'aristocrazia intellettuale refrattaria alle grandi masse. E' tuttavia certo che "Il Mondo" esercitò un'influenza di gran lunga superiore alla sua tiratura.
Edito inizialmente da Gianni Mazzocchi, ebbe negli ultimi dieci anni di vita come editori l'industriale Arrigo Olivetti e l'ambasciatore Nicolò Carandini che parteciparono direttamente alla vicenda politica del giornale. Pannunzio non fu solo il direttore, ma il vero ispiratore del settimanale che curava con attenzione artigianale in tutti i suoi aspetti: leggeva ogni articolo, faceva i titoli e le didascalie, sceglieva le fotografie, impaginava personalmente. Soprattutto suggeriva i temi da trattare ai molti collaboratori, in quanto egli non firmò mai nessun articolo anticipando il ruolo del moderno direttore di giornale. Sotto il profilo grafico il giornale si presentava con una eleganza tutta longanesiana, ma c'erano anche un rigore ed uno stile che superavano il giornalismo di Longanesi, di cui pure Pannunzio aveva subito il fascino.

venerdì 27 agosto 2010

ATTIVARE I CITTADINI - Lettera al Direttore del Corriere Adriatico

Caro Direttore,


ho letto un interessante servizio apparso sul Corriere Adriatico di Lunedì nella Cronaca di Ancona che documentava quello stato di trascuratezza che da tempo appare evidente a quei cittadini che frequentano i parchi anconetani. Da qui prendo spunto per diverse considerazioni:

- Con l’apertura del Parco del Cardeto che si aggiunge al parco di Posatora, al recupero del parco della Cittadella e diverse altre aree verdi amministrate dal Comune di Ancona, la quantità di spazi da gestire è sicuramente aumentata di molto

- curare un parco è cosa che richiede un’attenzione quasi quotidiana ed è attività costosa.

- L’amministrazione comunale non dispone delle risorse sufficienti per gestire questi parchi garantendo uno standard qualitativo di eccellenza (non mi interessa in questa sede sapere se le risorse finanziare mancano perché gestite male o per oggettiva difficoltà)

- I Cittadini che frequentano i Parchi o semplicemente hanno dei vantaggi dalla loro presenza perché residenti nelle loro prossimità non sono coinvolti in alcun modo nel mantenimento del decoro, anzi, possono essere gli attori del loro decadimento utilizzandoli a volte come pattumiere o come aree di servizio per i bisogni dei loro animali domestici.

Il risultato di questo combinato disposto è che tali aree rischiano di diventare la cartina di tornasole di una città (istituzioni e cittadinanza) incapace di affrontare adeguatamente le sfide che il presente e il futuro ci stanno mettendo di fronte. Una città che, nonostante i nuovi parchi, risulta essere la terza città più inquinata d’Italia e quindi d’Europa.

Uno studioso dell’Università di Harvard, Banfield, ha definito la mancanza di senso civico come il problema di fondo di alcune aree sottosviluppate dell’Italia. Una delle caratteristiche salienti del sottosviluppo è proprio la mancanza di senso civico, quindi la scarsa attenzione dei cittadini alla qualità dei luoghi pubblici considerati come esterni ai propri interessi “familiari” e quindi, semmai, da sfruttare a spese degli altri. Questo comportamento, facilmente imitabile, porta a una qualità della vita pubblica e sociale sempre più bassa, quindi a costi sempre più elevati, diventando una delle cause principali del sottosviluppo economico.

Per cambiare la realtà che ci circonda bisogna cambiare noi stessi e non aspettare che altri, lo Stato, il Comune o, perché no, il Superenalotto risolvano i nostri problemi.

Credo che si possa partire da cose molto semplici: costituiamo dei comitati di quartiere fondati su base volontaria, che abbiano l’onere e l’onore di mantenere e vigilare sui beni pubblici, a partire dai parchi della città di loro competenza. Questi comitati potrebbero utilizzare manodopera volontaria, raccogliere fondi tra i cittadini, istituire dei premi di benemerenza per quelli particolarmente virtuosi. Il Comune potrebbe istituire un premio al comitato che ha lavorato meglio nell’anno e magari prevedere degli incentivi fiscali per chi partecipa fattivamente a queste gestioni. L’amministrazione Comunale e il Sindaco Gramillano riflettano su queste cose, inizino a chiedere con umiltà la collaborazione dei propri cittadini e a premiare i meritevoli. Attiviamo la cittadinanza e iniziamo a pensare che Ancona può diventare un modello per l’Italia.

Cordiali Saluti
Claudio Ferretti

sabato 14 agosto 2010

CROCE, gli AUSTRIACI ed il LIBERALISMO

In un interessante articolo apparso, col medesimo titolo in “MondOperaio”, novembre-dicembre 2003, n. 6, pp. 114-25 il professor Raimondo Cubeddu, analizza la posizione di Bendetto Croce rispetto a quella della Scuola Austriaca. Da questa analisi deriva una critica molto forte delle posizioni di Croce e una conseguenza, la morte del liberalismo in Italia: Scrive Cubeddu: "Ciò detto, se per Croce l'oggetto della scienza economica sono le azioni volontarie, per Menger l'oggetto delle scienze sociali teoriche (comprensive della 'scienza economica esatta') sono le conseguenze inintenzionali che seguono alle azioni umane intenzionali. La tesi 'austriaca' può così può essere d'aiuto per capire come mai, partendo dall'intenzione di provocare la morte del marxismo teorico, in Italia si sia finito, tagliandone le radici, per provocare invece quella del liberalismo."

Quindi le conclusioni del Prof. Cubeddu: ....Così esposta, ovvero con le parole di Menger, mi chiedo se veramente la critica di Croce e la sua interpretazione della nascita della scienza economica possano valere anche per gli 'Austriaci' dato che, nella loro concezione dell'attività economica e delle istituzioni a cui essa dà vita, non vi sono elementi che possono configurarla come una teoria utilitaristica ed edonistica se non nel significato che Croce dava a quei concetti.

Certamente Croce era un filosofo originale, ma resta il dubbio che quel che può valere per la teoria dell'azione e del valore della scuola economica classica, ed anche di Gossen e di Jevons, non possa essere automaticamente esteso alla Scuola Austriaca e alla sua teoria dell'azione umana, dei valori soggettivi e delle istituzioni sociali. Infatti, la 'teoria dei valori soggettivi', non è altro se non una teoria della conoscenza e della scelta in regime di scarsità, che si fonda sulla radicale contestazione della teoria economica classica e del suo
utilitaristico, onnisciente, ed in definitiva famigerato homo oeconomicus che Hayek definisce un prodotto della teoria economica classica estraneo a quella 'austriaca': una «nostra [degli economisti] vergogna di famiglia che abbiamo esorcizzato con la preghiera e il digiuno».
Sempre nella prospettiva 'austriaca', viene perciò da chiedersi se diritto, etica e stato, che sono il risultato 'irriflesso' degli scambi e dei 'naturali' tentativi individuali di assicurarsi una sopravvivenza, possano mai disporre della conoscenza necessaria per correggere il mercato. Ovvero, in termini neo-istituzionalistici, se possa mai funzionare, e con quali 'costi di transazione', un sistema edonistico ed utilitaristico nella sfera del
soddisfacimento dei bisogni, ed 'etico' (ma esattamente cosa vuol dire?) nella sfera dei comportamenti politici. Quali i costi della sovrapposizione, che in questo caso appare forzata, dei due sistemi?

Non mi dilungo oltre, ma spero che possa essere chiaro perché, uno che ha studiato due soluzioni 'integrate' (teoria dell'azione in condizioni di scarsità, soddisfacimento dei bisogni, teoria delle istituzioni e teoria politica) non possa più ritenere soddisfacente e feconda la soluzione crociana la quale presuppone che nel secondo momento (eticopolitico) gli stessi individui abbiano a disposizione una conoscenza maggiore di quella di cui dispongono nel primo (soddisfacimento dei bisogni) quando temporalmente non è possibile distinguere i due momenti.

La mia convinzione, in definitiva, è
1) che la recezione della confusione che Pantaleoni fa in quegli anni tra Jevons e Menger si sia trasmessa a Croce il quale ne deduce il carattere edonistico, utilitaristico, atomistico e quantitativo di tutta la scienza economica;
2) che non è un caso se a rivitalizzare il liberalismo sia stata proprio quella 'Scuola Austriaca' che era già uscita dalle secche nella quale lo avevano condotto da una parte la scuola classica con la sua teoria dell'azione e del valore, e dall'altra parte Croce col suo tentativo di superare tale impasse distinguendo tra liberismo e liberalismo;
3) che oggi il maggior difetto che può essere individuato nel liberalismo di Croce è:
a) di non aver una teoria dell'azione umana e delle istituzioni;
b) di non avere una teoria dei diritti individuali;
c) di fondarsi su una discutibile e discussa interpretazione della nascita della scienza economica e della tradizione individualistica e liberale (si pensi alla questione del diritto naturale), da cui non poteva nascere che una parimenti discutibile teoria del liberalismo;
d) di non contenere, come sostiene Sebastiano Maffettone, una "teoria normativa della politica".



sabato 17 luglio 2010

Intervista al nostro membro d'onore Piero Ostellino del 15.07.10


INT.

Piero Ostellino

giovedì 15 luglio 2010

Nella serata di ieri il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, coinvolto nell’inchiesta sull’eolico, si è dimesso. È mio interesse tutelare il governo, ha detto. Diventa così ancora più aggrovigliato il momento di crisi che attraversano il governo e il partito di maggioranza: entrambi minati dalle indagini e dalle correnti interne, mentre appare in difficoltà la leadership di Berlusconi, che non riesce ad avere ragione di uno scenario sempre più frammentato e quanto mai incerto. Parla Piero Ostellino, editorialista del Corriere.



Prima Scajola, poi Brancher, ieri Cosentino. Le indagini puntano a isolare sempre di più Berlusconi?



Non credo. Sono casi giudiziari specifici che attengono a vicende complesse ma individuali. È evidente che siamo entrati in una fase segnata apparentemente dal declino di Berlusconi e dalla corsa alla successione. Anche se Berlusconi, a mio parere, non ha nulla da temere dai sommovimenti interni al suo partito. In realtà lo scacco del premier è più profondo e sta nell’aver ceduto alle logiche del paese corporativo.



In ogni caso il premier appare in difficoltà e non sembra capace di costruire una sintesi politica. questa crisi è causa o effetto dell’appannamento di leadership di Berlusconi?



Difficile dirlo. In realtà Berlusconi non è mai stato in grado di pervenire ad una sintesi, perché non ne ha la cultura politica. È uno straordinario uomo d’affari che ha governato e governa il paese con la sua leadership carismatica. Sul resto la mia posizione è nota: risultati parziali ci sono stati, ma Berlusconi non ha saputo realizzare la rivoluzione liberale, basata innanzitutto sulla riduzione dell’eccessiva pressione fiscale, che aveva promesso. A questo sostanziale fallimento ha tentato di sopperire con una politica dell’annuncio.



Lei ha scritto di recente che il paese è spaccato tra un’Italia progressista che invoca lo stato di polizia (“intercettateci tutti”) e una moderata che confida nel demiurgo. Se la rivoluzione liberale di Berlusconi è archiviata, cosa c’è al suo posto?



Il paese di sempre: lo stesso paese che nel 1943, all’atto della sfiducia di Mussolini, era in gran parte fascista e che il giorno dopo si ritrovò in gran parte comunista. Un paese che ha cambiato la casacca e il colore della camicia, ma che sotto è rimasto in gran parte quello di prima. Poco importa che si dichiari laico o democratico antifascista: il nostro resta tutto sommato un paese fascista.



E quale sarebbe la caratteristica del nostro fascismo?

Il fatto che gli italiani non credono nelle libertà e nelle conseguenti responsabilità. Noi non siamo cittadini, la nostra massima ambizione è quella di essere governati come sudditi. Basti pensare all’enormità di divieti e alla violazione di diritti individuali che informano la nostra vita pubblica, dall’inversione dell’onere della prova a carico dell’accusato in materia fiscale all’esecutorietà della sanzione amministrativa, e tutto senza che noi battiamo ciglio. La crisi del berlusconismo è una delle tanti disillusioni di questo paese: il demiurgo doveva risolvere i problemi ma non l’ha fatto, e per una ragione molto semplice e cioè che il paese, in fondo, nemmeno voleva che fossero risolti. Berlusconi stesso si è prontamente adeguato al paese: lo rispecchia, ed è questa la ragione del suo successo.



Esiste però una stampa ferocemente antiberlusconiana.



Ma questa stampa alimenta un’antipolitica paradossalmente funzionale alla perpetuazione di questo fascismo. Si potrebbe ritenere che tenga vivo l’«antifascismo», ma non si ricorderà mai abbastanza che l’antifascismo ideologico è determinato interamente dalla sua opposizione al fascismo.



E la sinistra?



L’unica cosa che la tiene in piedi è l’antiberlusconismo: il gridare al tiranno e all’attentato contro la libertà di informazione. La sinistra non ha identità, non ha idee, non sa nemmeno lei stessa cosa vorrebbe. In realtà essa non c’è più: è scomparsa. I giornali non inducono a riflettere su questo stato di cose. Sono pro o contro Berlusconi, ma chi parla delle decisioni illiberali che mortificano il cittadino? Chi ha parlato a fondo delle ultime leggi approvate dal parlamento in materia fiscale?



A proposito del caos attuale lei ha scritto di una «sindrome di Weimar» e dei suoi potenziali rischi. Quali sono?



Di fronte ad una politica che non riesce più ad avere un ruolo di direzione, di fronte al fatto che sono le corporazioni che governano il paese, e che la stessa funzione pubblica è diventata una corporazione, come si vede dal conflitto tra il potere centrale e le regioni, sale nell’opinione pubblica il desiderio di una tecnocrazia che decida sulla base di una visione scientifica, e perciò astratta, della società. Il primo atto di una tecnocrazia è fare a meno della sovranità popolare.



Non potrebbero essere i tecnocrati a risolvere finalmente i problemi del paese?

No, perché la tecnocrazia attuerebbe l’ennesimo tentativo di applicare alla realtà sociale una formula razionalistica, mentre la risoluzione dei problemi può scaturire solo dalla libertà. Se non si ha fede nella capacità degli uomini di decidere individualmente e soggettivamente, ciascuno secondo i propri interessi, le proprie preferenze, la propria concretezza, il proprio stile di vita e la propria esigenza di felicità, resta solo il razionalismo e quindi l’oppressione. Ci devono essere meno regole possibili: solo quelle che ci impediscono, nel perseguire il nostro ideale di felicità, di arrecare un danno agli altri.



Ha ragione o no Berlusconi nello stigmatizzare un’offensiva «giacobina e giustizialista»?



Che ci sia una parte minoritaria, sottolineo minoritaria, della magistratura che persegue un disegno egemonico animata da una visione provvidenzialistica della giustizia, è un fatto acquisito per chi è libero da preconcetti. Oggi certi magistrati sono alla ricerca del peccato, non del reato. Cosa vuol dire che l’accusato è «reticente nell’accettare i fondamenti dell’accusa»? È un suo diritto rifiutarli, perché mai dovrebbe accettarli? Il magistrato deve condannare i reati sulla base del codice, non sulla base della sua concezione di società. In questo Berlusconi ha ragione, c’è una magistratura giacobina. Ma il dramma è che questo riguarda molto più il cittadino comune che non Berlusconi e i suoi problemi con la giustizia.



Prima lei ha detto che Berlusconi ha ceduto alle logiche corporative. Cosa intende?



In Italia il potere politico, per secoli comunale, infine diventato statuale con l’unità d’Italia, ha sempre svolto un ruolo di mediazione tra le corporazioni. Questa mediazione è storicamente consistita nel distribuire le risorse esistenti ai vari partecipanti, secondo criteri soggettivi. La crisi economica però ha privato il potere di risorse da ridistribuire ed esso è diventato una corporazione in guerra con le altre.



Questo che c’entra con la leadership di Berlusconi?

C’entra per il fatto che la crisi attuale non riguarda solo la politica, il caos dentro il Pdl per intenderci: essa riflette quello che sta accadendo nella società italiana. La sua natura corporativa è esplosa e si ripercuote a livello politico, frammentandolo. Il potere politico è anch’esso alla ricerca di risorse e lo scontro in atto con le regioni può essere letto così: corporazioni locali che si ribellano alla corporazione centrale. Con l’effetto di acuire la conflittualità sociale, ampliandola. Attualmente Berlusconi è debole perché è prigioniero delle corporazioni organizzate, oltre che di se stesso.



In questa guerra corporativa qual è il ruolo della Lega?



La Lega è l’unica forza ad aver capito realmente che il corporativismo è la vera essenza della realtà italiana, e la sua vocazione storica è quella di tradurre il corporativismo localistico in una domanda di «secessione democratica». Il meridionalismo separatista pretendeva che lo stato ripagasse il sud per i danni che esso aveva ricevuto dall’unificazione. Lo stesso sta ora avvenendo al nord, in senso opposto: il corporativismo giustifica l’esigenza di secessione, proprio perché la miglior tutela avviene a livello locale. Tradotto: non possiamo più sostenere una parte del paese a nostre spese.



Ma il federalismo non può sancire a livello costituzionale uno stato di cose più equilibrato?



Sarebbe la sua funzione storica, ma scattano a questo punto le tare materiali della realtà italiana: ci sono regioni del sud che non essendo in grado di amministrarsi non si assumeranno mai la responsabilità del loro autogoverno, e pretenderanno di essere sovvenzionate dal potere centrale. E il nord questo non potrà accettarlo.



Torniamo a Berlusconi. Fini può prendere il suo posto?



No, se lo tolga dalla testa. Al momento attuale non c’è nessuno che possa prendere il posto di Berlusconi, ammesso che egli non faccia grosse sciocchezze e rimanga sul filo della ragionevolezza. Berlusconi non ha successori. Tantomeno può succedergli un ex missino, per quanto ravveduto. Può accadere che un ex comunista arrivi alla presidenza del Consiglio, ma è destinato a starci poco, perché l’Italia non ha nostalgia degli eredi delle ideologie totalitarie del ’900. Ciò non toglie che abbia nostalgia per l’ordine e la disciplina, tratti caratterizzanti del fascismo. Diciamo meglio: l’Italia è fascista indipendentemente dalla nostalgia per i leader fascisti.



Per fortuna che in Italia c'è ancora qualcuno che dice qualcosa di autenticamente liberale.
Commento finale e inserimento dell'articolo da parte di Riccardo Rinaldi

giovedì 17 giugno 2010

Intervista Piero Ostellino 17 giugno 2010


SCENARIO/ Ostellino: non bastano i tagli a salvarci dagli errori di Togliatti e Dossetti

INT.

Piero Ostellino

giovedì 17 giugno 2010

«Alla base delle principali questioni che stanno interrogando il Paese in questo particolare momento storico c’è, a mio parere, un problema culturale, prima ancora che politico o economico». È questo il filo rosso, secondo Piero Ostellino, che lega la crisi economica alle affannose manovre per far tornare i conti e per condividere tagli e sacrifici, fino ad arrivare alla complicata trattativa della Fiat a Pomigliano. «Paghiamo il prezzo di una cultura di matrice cattolico-dossettiana e comunista alla base della nostra Costituzione, liquidativa delle libertà economiche, fortemente anti-individualistica e illiberale. Dietro una parvenza di solidarismo si nasconde però una profonda vocazione totalitaria tipica di quella cultura d’origine. I nostri guai, a mio parere, nascono da lì».



Il Presidente del Consiglio poco tempo fa ha definito la Costituzione “un inferno”. Non rischia di diventare il capro espiatorio dei problemi del Paese?



Non penso proprio. Dopo averla studiata a fondo sono arrivato a una conclusione: è una Costituzione programmatica, tipica delle costituzioni totalitarie del ‘900. A differenza di quelle procedurali e liberali, non si limita a fissare le regole del gioco, ma decide pesantemente come il gioco si debba svolgere.



È giunto il momento di mettergli mano o è ancora “intoccabile”?



La Costituzione non dovrebbe esserlo per definizione. Thomas Jefferson diceva che ogni generazione ha il diritto di cambiarla. Nel nostro Paese, invece, viene considerata intoccabile da tutti quelli che campano dello status quo: sindacati che non imparano dalla storia, docenti di diritto costituzionale che hanno costruito la loro fortuna su questa presunta “intoccabilità”, politici e manager con una spiccata vocazione autoritaria che credono in una società eterodiretta, senza alcuno spazio per la libertà individuale. In poche parole, quanto di peggio esista nella cultura politica di questo Paese. Chiamiamoli con il loro nome: reazionari contrari alle libertà individuali, legati all’ancien régime e quindi anacronistici.



Alcuni sindacati, a cui ha fatto riferimento, pongono un problema di incostituzionalità anche riguardo all’accordo proposto dalla Fiat a Pomigliano

Bisognerebbe capire, a questo punto, se esistono davvero i termini d’incostituzionalità, d’altra parte potremmo iniziare ad ammettere che è proprio la Costituzione a lasciare spazio a molte ambiguità. Come dicevo prima, è figlia del solidarismo cattolico dei Dossetti, dei Fanfani e dei comunisti alla Togliatti, con l’aggravante di essere stata scritta quando ancora si guardava al comunismo come al superamento del capitalismo. Non stiamo a dilungarci su come sia andata a finire, il problema è che siamo ancora fermi lì, a una Carta che da un lato riconosce alcuni principi liberali, dall’altra li condiziona alle astrazioni ideologiche tipiche di quel mondo e di quel tempo.



Tornando all’accordo, secondo Tito Boeri è inevitabile e necessario, ma rende ancora più indispensabile una seria riforma delle regole di contrattazione e di rappresentanza sindacale. Lei è d’accordo?



È un problema da risolvere, ma in un secondo momento. Prima di tutto bisogna porre i lavoratori di fronte al nodo vero: il rapporto di causa ed effetto tra costi e ricavi in un processo capitalistico. Se questo non si comprende si confondono ruoli e funzioni, doveri e diritti. Il movimento operaio e la sinistra dovrebbero iniziare a fare i conti con la propria cultura politica o almeno con l’osservazione dei dati e della realtà.



Cosa intende?



Tutti sanno che la produttività degli stabilimenti Fiat in Italia è più bassa rispetto a quella di Polonia o Brasile. Nel nostro Paese, infatti, si producono meno automobili con un numero di lavoratori maggiore. Se non si capisce il nesso elementare tra costi e ricavi non si può capire che siamo davanti a un bivio: o si alza la produttività o la Fiat sarà costretta a spostare lo stabilimento. Ecco perché la proposta dell’azienda torinese, a mio parere, è ragionevole. Purtroppo però la Fiom paga lo scotto di questo ritardo culturale e non sembra aver compreso ancora il processo di accumulazione capitalistico.



A sinistra il dibattito si è aperto, secondo Bertinotti la sinistra stessa, moderata o radicale che sia, sarebbe “morta”, lontana dalla Fiom e da Pomigliano e forse troppo impegnata con i post-it contro il ddl intercettazioni

È la constatazione di uno stato di smarrimento che la sinistra italiana vive da quando ha perso il proprio punto di riferimento culturale, la rivoluzione. Dopo aver capito che non è un obiettivo perseguibile in un paese occidentale, democratico e di mercato ha perso anche il suo riferimento storico, l’Unione sovietica, l’incarnazione del “successo” storico della rivoluzione. La crisi della socialdemocrazia non gli ha permesso poi di cambiare pelle. Il sistema era ormai malato di un welfare portato alle estreme conseguenze, di un eccesso di tassazione e di spesa pubblica.

Ad oggi, la sinistra non ha un referente culturale, è incapace di elaborare una nuova cultura politica autonoma e sembra ancora vittima del suo vizio d’origine, del suo peccato originale.



Quale?



Il fatto di essere fondata su posizioni massimaliste come la palingenesi rivoluzionaria, il cambiamento della società, l’illusione dell’uomo etico, buono e disinteressato, che nella realtà però non esiste. Il ritardo è notevole dato che nel 1651 se n’era già accorto Hobbes, che nel “Leviatano” risolveva l’homo homini lupus affidando il comando al despota, mentre dopo di lui Locke sceglieva la strada del consenso e del processo democratico.



A proposito della crisi di un modello esasperato di welfare a cui faceva riferimento prima, l’Europa oggi chiede a tutti gli stati delle pesanti manovre correttive per evitare il fallimento…



Lo stato sociale, che è la forma dello stato moderno, è entrato in crisi: da un lato spende più di quello che potrebbe, dall’altro impone una tassazione al di là di ciò che dovrebbe, riducendo così la libertà dei cittadini. È interessante però notare che ancora una volta per risolvere i problemi che abbiamo ignorato per anni siamo costretti ad aggrapparci a un vincolo esterno. Un modo di procedere che però non è esente da rischi.



A cosa si riferisce?

L’Europa ha dimostrato di funzionare se gli stati riescono a risolvere i propri problemi. Se lo stato moderno entra però in una crisi così profonda, il rischio di affossare l’Europa c’è, soprattutto se ci accorgiamo di averla costruita con i difetti dello stato moderno stesso: centralismo, burocrazia e verticismo.



A partire da queste premesse che scenari si aprono secondo lei?



Gli stati nazionali usciranno dalla crisi con gravi difficoltà, mentre l’illusione di uno stato europeo sovranazionale in grado di difenderci da un mondo dove non si fanno più guerre per conquistare territori e fare affari, ma dove la finanza scavalca bellamente i confini nazionali, si è rivelata illusoria.



Secondo lei, come sta rispondendo l’Italia alle richieste dell’Europa?



Quando si operano tagli indiscriminati, così come quando si elargiscono sussidi a pioggia non si realizza giustizia sociale, ma si penalizzano le regioni virtuose. Ecco perché condivido la protesta dei governatori. Io sarei addirittura più deciso di loro: le regioni non virtuose, quelle che, per intenderci, non sono nemmeno in grado di fornire il bilancio della sanità, devono essere commissariate. Lo stato centrale su questo deve essere inflessibile all’interno di un quadro di sussidiarietà e federalismo fiscale. Non può esserci libertà senza responsabilità.



Da ultimo, lei ha sottolineato molti aspetti di una crisi culturale di fondo. Inevitabile chiederle se secondo lei saremo in grado di uscirne e come.



Confesso di non essere molto ottimista. Per uscire da questa crisi servirebbe una “rivoluzione culturale”. Le giovani generazioni non hanno mai conosciuto il liberalismo, la democrazia liberale, il merito. Il riscatto può partire da loro e passerà sicuramente dalla scuola. Per ora ognuno sembra portare l’acqua al suo mulino sulla base di un’idea di democrazia del tutto personale o, al massimo, corporativa

Non poteva mancare questa intervista del nostro Membro d'Onore Piero Ostellino nel nostro BLOG.
Per noi del Centro Studi Liberali B. Croce ogni volta che lui rilascia una intervista è come quando la luce del faro girando a 360 gradi ci colpisce negli occhi.
Articolo riportato da Riccardo Rinaldi

venerdì 4 giugno 2010

L'ITALIA FATTA IN CASA - di Alberto Alesina e Andrea Ichino

Comunicato Stampa.


Lunedì 21 giugno 2010 alle ore 17,30 ad Ancona presso la Loggia dei Mercanti avrà luogo una tavola rotonda con Andrea Ichino, Maria Paola Merloni ed Emmanuele Pavolini sul libro: L’Italia fatta in casa. Indagine sulla vera ricchezza degli italiani, scritto da Alberto Alesina (Harvard University) e Andrea Ichino (Università di Bologna) e pubblicato da Mondadori.

L’evento è organizzato dal Centro Studi liberali Benedetto Croce di Ancona con il patrocinio del Comune di Ancona, in collaborazione con il C.I.F. – Centro Italiano Femminile e con il contributo di Auto 90.

Stando alle statistiche Il prodotto interno lordo pro capite è più basso confrontato con quello di altri paesi come USA, Norvegia e Spagna. Basta questo per rilevare che la situazione dell’Italia è peggiore? Da cosa è composta la qualità della vita made in Italy, che pure risulta comunque essere uno standard appetibile in tutto il mondo?

In Italia c’è ancora disparità tra uomini e donne per la divisione del lavoro, i salari e le pensioni, le possibilità di carriera, secondo il modello tradizionale “Uomini in ufficio e donne a casa”. Cosa vogliono davvero le italiane e gli italiani? Quanti di loro sono disposti al cambiamento per riportare la situazione in equilibrio?

Quanto le istituzioni in Italia modificano la società e quanto invece la società determina l’operato delle istituzioni? La creazione del bene pubblico è ancora ostacolata come un tempo dal modello di sviluppo familiare, basato sulla fiducia nel privato e la diffidenza ad intraprendere con gli estranei?

Gli autori del libro analizzano il ruolo della famiglia nel sistema produttivo italiano nell’ambito del mercato del lavoro, del sistema universitario, della struttura del welfare state, della governance nelle aziende considerando anche la condizione della donna, dei bambini e degli anziani, il senso civico, la fiducia nelle regole e nelle istituzioni e le differenze di sviluppo tra nord e sud.

Un’indagine puntuale e un dibattito serviranno a far luce sulla vera ricchezza degli italiani: la produzione italiana non rilevata dalle statistiche e la mancata produzione causata da modelli di sviluppo privatistici ereditati dal passato.

Ancona, giugno 2010.